giovedì 16 novembre 2017

martedì 7 novembre 2017

Chilometro 53 al Pisa Book Festival


Roberto Capocristi
CHILOMETRO 53

Giovane Holden Edizioni


da venerdì 10-11-2017  
al Pisa Book Festival




mercoledì 2 agosto 2017

I mestieri nei romanzi thriller. Dizionario semiserio dalla A alla K







Non mi dite che non ve ne eravate accorti!
Il protagonista di una storia non può mica fare un mestiere qualunque! 
Da un secolo, anno più anno meno, i film sono frequentati sempre dalle medesime figure professionali ed i libri di conseguenza, oppure viceversa. 
Quindi, per chi voglia mettersi a tirare giù la trama di un thriller o di un racconto dove il presupposto sia un po' di azione e qualche colpo di scena, stilerò un elenco in ordine alfabetico delle attività professionali consigliate per la stesura dei personaggi.


A - Agricoltore 

Il contadino si presta ad ogni situazione. 
Intanto perché vive fra gli animali, gli attrezzi pericolosi e certi silos nei quali conviene non cadere. Gli amici a quattro zampe si sa, tendono ad impazzire, a contrarre morbi di provenienza aliena e a coalizzarsi contro l'uomo. Anche i trattori non scherzano, perché possono essere guidati addosso al cattivo, oppure andarci di loro iniziativa. Insomma, che il contadino sia in campagna a rifocillarsi con un panino e un fiasco di lambrusco, o che stia dedicando le sue attenzioni alla bella moglie, è sempre in pericolo, vuoi per quel buio che c'è fuori, vuoi perché, nel cuore del Nebraska, nessuno può sentirti urlare.

B - Barista

Si spalancano scenari.
E' incredibile come la vita di un umile barista, meglio se una coppia di umili baristi, possa trasformarsi nella base per strutturare un buon libro. Messi in simbiosi con un contesto di provincia profonda e un contorno di povertà che morde le ossa, i personaggi dietro al banco si prestano a dinamiche sorprendenti e a soluzioni inattese. Mi chiederete il perché di tutto questo entusiasmo e io vi rispondo sinceramente: sto facendo le marchette amici, perché ci ho scritto un romanzo e piace, per la miseria se piace!. Si intitola Chilometro 53, dove, a quanto pare, baristi e banditi sanno coesistere e dare vita a una storia davvero avvincente. Insomma, qualcuno capace di fare un buon caffè e di shakerare un Aperol Spritz come Dio comanda, non ha davvero nulla da temere di fronte ai sei colpi di una Quarantaquattro Magnum.   ;)

C - Cantante

Intanto non si sa bene quanto siano affidabili le sue frequentazioni, quale tipo di rivoltella tenga nel cassetto il suo agente e di quali droghe sia sistematicamente strafatto. Il cantante si sa, non è sempre di successo, frequenta locali poco raccomandabili e qualche volta va a suonare ai matrimoni della camorra. Quindi sì, si presta, vuoi perché attira le confidenze dei cattivi come il miele con le api, vuoi perché il suo partner è di solito insoddisfatto e vorrebbe vederlo/a dietro allo sportello di un ufficio postale. Il partner a sua volta, per quanto avulso dalla storia, ha tutti i requisiti per diventare un pericoloso assassino.





D - Dentista

Che sia il pazzo nazista de "Il maratoneta" o il sadico irresistibile della "Piccola bottega degli orrori", il dentista incarna la perfezione fra i personaggi per un thriller. Non fraintendiamo, potrebbe pure essere utilizzato come vittima o pacifico padre di famiglia tutto casa, ambulatorio e chiesa, ma il suo vero potenziale, una volta anestetizzato il paziente e con in mano una pinza per cavare i denti, è sicuramente quello di maniaco-assassino seriale-senza scrupoli-fuori di testa. Aggiungerei anche che il dentista, con studi di medicina e quella specializzazione tutta sua nel mettere inquietudine al paziente, conosce così bene i centri del dolore che potrebbe da solo reggere una storia, magari andando in giro con quella speciale valigetta carica di strumenti odontoiatrici ma mascherata come una rassicurante ventiquattrore. 

E - Entomologo

Nessuno lo può negare. L'entomologo, quel tipo in camice e occhiali spessi di tartaruga (bruttino se uomo, irresistibilmente sexy se donna) decisamente tendente al nerd e che vive chiuso in un seminterrato a studiare l'anatomia degli esapodi quando gli altri sono in giro a divertirsi, è il personaggio perfetto per dare al tuo romanzo le sembianze di un libro serio. Inserire nella storia parole con etimologia latina e descrizioni raccapriccianti di esoscheletri verdi, non serve a nulla ma ammettiamolo, la gente sbarella per quei particolari e sarebbe pronta a ringraziare l'autore per quella cascata di nozioni scientifiche che lo rendono edotto di termini nuovi e concetti affascinanti. Per esempio, quanti di voi sono a conoscenza del comportamento sociale delle formiche di fuoco?

F - Fotografo

Ammettiamolo, è dai tempi di Blow-Up di Antonioni che vorreste scrivere una storia con un fotografo come protagonista. Il fotografo è così, passano gli anni ma lui no, continua a chiudersi in camera oscura a sviluppare. Il suo studio, una cosa fatta di frodo in una mansarda all'ottavo piano senza ascensore, è frequentato da belle donne, amici impiccioni e padroni di casa alla ricerca dell'affitto perduto. Il fotografo di solito scatta un primo piano a una modella, a un decadente paesaggio autunnale, al passaggio di un'auto d'epoca ed eccolo lì, l'inquietante particolare di un delitto senza soluzione rimasto impresso senza volerlo sulla pellicola. Insomma, il fotografo è un cliché al quale difficilmente si potrà rinunciare.

G - Geometra...stavo scherzando
      Gallerista

Ma ve lo immaginate quante situazioni si possono sviluppare in una galleria d'arte? 
Vedo già i diritti cinematografici venduti a una major, Tom Hanks aggirarsi per il set e torbide scene di sesso e sangue, con schizzi copiosi di materia ematica che vanno a imbrattare le tele. Un thriller che si rispetti deve avere fra i suoi personaggi un gallerista. Una bella statuina, sia chiaro, un mucchio d'ossa a spasso per la storia e senza un'apparente ragione, ma ci vuole. E' indispensabile.






H - Hostess

Può essere il fondamentale ingranaggio di un complotto terroristico per fare precipitare su di un asilo l'aereo dove vola il presidente, oppure rappresentare l'ultima speranza dell'umanità di fronte a un nugolo di malintenzionati armati fino ai denti e disposti a dirottare il jet dalle parti dell'Africa subsahariana. 
Anche a terra l'hostess funziona piuttosto bene. C'è, non c'è, arriva o non arriva... Fidatevi, se ho scelto una hostess fra i protagonisti del mio libro Freezer, avevo le mie buone ragioni.


I - Insegnante

Specie se a livello universitario, l'insegnante funziona sempre a mille. 
Il cliché lo esige uomo, mezza età, piuttosto sportivo e con un pallino per hobby pericolosi, come l'archeologia, lo spiritismo e altre varie attività collegate a qualcosa di misterioso. Normalmente viene interpellato da belle donne in cerca di informazioni, da studentesse procaci e studenti con il piglio del leader. In tutti e tre i casi ottiene di fare innamorare i propri interlocutori. Da usare con parsimonia, considerate le diecimila applicazioni del format in campo letterario e cinematografico.

L - Lavapiatti

Voi non avete idea delle potenzialità del lavapiatti in campo letterario. Il solo fatto che usi fumarsi una sigaretta durante le pause di lavoro, e che lo faccia sul retro del ristorante in un vicolo maleodorante e pieno di gatti randagi, lo espone alle peggiori nefandezze della solita città marcia dentro, e infine lo costringe ad essere unico testimone di efferati delitti.

M - Mandriano

Non è proprio come il contadino. Lui tende a bivaccare all'aperto, a mangiare carne in scatola e a lavarsi i piedi con il wihsky. Non teme proiettili, esplosioni e cariche da parte di sterminate mandrie di bufali impazziti. Tuttavia rappresenta il perfetto equilibrio tra l'inguaribile romantico e il castigafemmine senza pietà.Ha denti bianchi come il sole anche se non se li lava mai e parla come uno scaricatore di porto. Nella versione femminile è più o meno uguale, con la differenza che parlerà ancor peggio di uno scaricatore di porto.





N - Neurochirurgo

Avete notato? Normalmente nei film è un luminare di fama mondiale che guadagna migliaia di dollari all'ora. Trapianta teste, dona la vista ai ciechi e la parola ai muti. Solo che non è mai al lavoro. Si divide fra le partite a golf con l'amico cardiologo, la passione per il basket/baseball/hockey prato e ghiaccio, e tradisce la moglie deliziosa con enne amanti, tutte procaci e sempre disponibili. 
Solo che non lavora mai. 
Lo trovi al circolo, mattino/pomeriggio/sera, con un drink in mano e le maniche della camicia arrotolate sulle braccia abbronzate e muscolose...e certo, perché lui va anche in palestra. Comunque sì, è perfetto come protagonista di un giallo dove poi alla fine scopri che è stato lui, perché non aveva un cazzo da fare...

O - Operaio

Succede sì, ma di solito muore per primo

P - Patologo

Non può mancare. Uno che rovista fra le budella come se stesse cercando le vongole negli spaghetti, non può mancare! E poi di solito è un personaggio immune alle disgrazie. Lui prende atto, allinea i cadaveri nella sala autoptica e si lascia andare a considerazioni sulla morte di una ragazzina come se stesse commentando la tovaglia a fiori della suocera. E non muore mai. Catastrofi, epidemie, guerre e rivoluzioni, il patologo è sempre lì, a dispensare saggezza. Di solito fuma come un turco e ostenta occhiaie enormi sullo sfondo di una pelle giallastra. Uomo o donna ha un cuore di pietra e ti sorprende sempre. Senza il patologo non esisterebbe il genere thriller. 

Q - Questore

E lì dipende. Normalmente veste giacche sdrucite e camicie macchiate di sugo. Non ha assistenti o amici: è una cosa che fa tutt'uno con le pareti della questura. Il lettore se lo immagina chiuso nel suo ufficio anche di notte, conservato in una specie di bara come fosse un vampiro. Nello standard americano, di solito, lo trovi al poligono a sparare con la 38 Special oppure  a lasciarsi corrompere dal gangster di turno.



R - Reporter

Ci sta un po' ovunque, meglio se inopportuno e dotato di scarso acume. Diciamolo, il suo destino è quello di non risolvere mai un caso, di essere sempre il subalterno di qualcun altro, di avere un direttore cattivo e corrotto e di finire ammazzato un po' prima della metà della storia. Eppure il reporter ci vuole, specie se si veleggia dalle parti del legal thriller, del noir o della storia di spionaggio. E poi diciamolo, i tempi del giornalismo d'inchiesta sono finiti da un bel po'.

S - Scrittore

E' un must.
Lo scrittore ha ispirato ottomila gialli e altrettanti film al cinema. Io stesso ho scritto una storia che ha come protagonista uno scrittore. Si intitola Interno 1 e devo dire che ha dato soddisfazioni a me e ai lettori. Con lo scrittore si sguazza, dove lo metti sta. La tentazione sarebbe di scrivere ogni libro con uno scrittore come protagonista. 
Sarebbe bello ma non si può. 
Sarebbe come pretendere che il gelato a due gusti abbia solo la parte bianca.


T - Taxista

A parte Uber può sopravvivere davvero a tutto: psicopatici notturni, manager arroganti, donne con le doglie e uomini d'affari in pauroso ritardo. Sopporta i bastardi di mezza città, quelli che invece della banconota tirano fuori la nove millimetri e quelli che amoreggiano sul sedile appena lavato. Insomma, il taxista è una miniera d'oro e sarebbe sempre bene ingaggiarne uno ai fini della storia, naturalmente a tassametro fermo... 





U - Ufologo

E lo so, poi però sei costretto ad infilare un disco volante da qualche parte. La cosa potrebbe funzionare se la tua storia di ispettori, puttane, camionisti e femmine fatali sta inevitabilmente virando alla noia, o se il tuo serial killer davvero somiglia troppo a quell'altro o a quell'altro ancora. 
L'ufologo ha il vantaggio che di solito è un omuncolo insignificante, privo di una sua vita sessuale e con quella cervicale cronica per il fatto che passa le notti a fissare il cielo. Qualora fosse una donna sarà invece una bomba sexy con mille risorse.

V - Virologo


Lo metti ovunque, fosse solo come fotografia su una rivista mentre il tuo personaggio sta facendo la fila dal dottore della mutua.

Z -  ....


Non è facile, sapete? 
Zincatore mi fa molto realismo francese e zootecnico mi ricorda uno che frequenta Linea Verde tutte le domeniche. Zoologo può funzionare in un romanzo di Rollins e Zoccolaio in una storia con ambientazione storica nei paesi del nord Europa.
Facciamo così, lasciamo perdere la lettera zeta e sostituiamola con la kappa....




K I L L E R 



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mercoledì 26 luglio 2017

Recensioni a pagamento e altre amenità.






...e c'è anche qualcuno che paga per avere recensioni on line.

E' incredibile a dirsi, ma esistono dei pacchetti a pagamento per riempire di recensioni lo spazio discussioni di un prodotto, e se si tratta di un libro c'è gente che pare sia disposta a tutto, perfino di scegliersi uno pseudonimo femminile per assicurare al suo thriller un successo sicuro. Da quale base statistica abbia attinto, come abbia potuto convincersi del fatto che il lettore preferisca la scrittrice allo scrittore non è dato sapere, ma tant'è. 
Ma allora perché la Rowling si è fatta pubblicare con uno pseudonimo maschile?
Certo, se una macchina da soldi come la scrittrice di Harry Potter si sceglie uno pseudonimo è ben altra cosa. Non lo fa per menare il lettore per il naso ma per avere conferme, cercare un mercato nuovo, farsi giudicare da un pubblico ignaro del suo status. Se uno scrittore come King aveva sentito la necessità di farsi chiamare Richard Bachman, era perché forse scriveva troppo, sommergeva il suo editore di manoscritti, si metteva a serio rischio di inflazione. Insomma, ho parlato di gente che muove più soldi del calciomercato, mica bruscolini. 
Ma tutti quegli altri perché lo fanno? Mi viene difficile da capire e mi chiedo perché invece non provino semplicemente a portare rispetto al lettore. 
Dovrebbero  immaginarselo come una testa pensante, come una persona in carne e ossa e dotata di un sano senso critico e di una dignità tutta sua, quella che consente una scelta serena dei libri che intende portare a letto la sera. 
Dovrebbero  pensarlo lontano dai pregiudizi, capace di non legarsi a dei banali cliché, a non affezionarsi a delle abitudini. Magari dovrebbero immaginarselo più evoluto del cane di Pavlov o di quello zombie lento e claudicante che si abbatte con un colpo in mezzo agli occhi.
Uno pseudonimo come il mio, dietro al quale si nasconde una persona che ha scelto di non accavallare la professione con la passione, appare a questo punto come una cosa poco coraggiosa, priva di fantasia. Molto meglio comparire sulla propria pagina facebook con fotografie evidentemente false e volti di modelle o attrici di scarsa fama facilmente reperibili sul web, oppure adottare per sé e per i propri personaggi nomi americani, presi in prestito dalle peggiori idee dei peggiori film. Intendo quei nomi tronchi, quasi onomatopeici, quelli che qualche yankee rifila ai propri figli senza rendersi conto di averli chiamati come le esclamazioni dei fumetti. 
Qualcuno si è persuaso che conviene ambientare le sue storie fra i grattacieli dalle parti della Fifth Avenue, con taxi gialli che si fermano solo dinanzi ai ricchi, camerieri che pretendono mance che valgono un punto di PIL e ascensori privati che sbucano su attici sterminati e terrazzi con piscina.
Non sembriamo forse sufficientemente rimbambiti dal maggiore organo di propaganda del mondo che è Hollywood? E' sicuro che il lettore vada in astinenza se il protagonista della storia non è nato nel Wisconsin, cresciuto nello Iowa e diventato ricco nel Massachusetts? E' proprio necessario che vera faccia dell' autore sia irreperibile anche al più abile degli hacker e che il suo pseudonimo assuma un sesso diverso a seconda della convenienza?
Forse no, forse basterebbe scrivere bene, col cuore in mano e la mente lucida. 
Hemingway diceva, e io ne ho fatto motto: "non c'è niente di speciale nella scrittura, basta sedersi alla macchina da scrivere e mettersi a sanguinare". 
Non sarebbe male abbandonare le strategie pubblicitarie buone a vendere prodotti da supermercato e riconoscere alla promozione del proprio libro il rispetto e la serietà che si merita, e il tempo. Per vendere un libro occorre tempo, quello necessario affinché il passaparola si inneschi, i giornalisti abbiano modo di leggerlo e quella copia, ormai consumata, continui a passare da una casa a quell'altra. 
Le recensioni non si comprano. 
E' bene lasciare che scaturiscano dal cuore sincero di qualche vostro lettore, che avrà avuto modo, tempo e coraggio di mettersi a scrivere qualcosa per voi

sabato 10 giugno 2017



Chilometro 53 è un vecchio bar sperduto in mezzo al nulla, un tempo al servizio di un distributore di carburante oggi abbandonato. Sopravvive nell’attesa dei soliti clienti e di qualche turista finito fuori strada. La cifra 53 indica l’esatta distanza del posto dal capoluogo.
Lo gestiscono Giovanna ed Edoardo, compagni di scuola diventati amanti. Insieme si leccano le ferite di due vite naufragate; lei in costante crisi economica e con alle spalle un matrimonio disastroso, lui ex attore di successo, senza più un ingaggio e legato alla flebile speranza di rimediarne uno.
Una sera, al momento della chiusura, un corriere della malavita si ferma al bar e muore, lasciando una misteriosa valigia che i due decidono di tenere. Sarà l’inizio di una caccia senza esclusione di colpi, con banditi armati fino ai denti, persone senza scrupoli, traditori e killer prezzolati. Il prezzo da pagare sarà alto e per sopravvivere non sarà sufficiente la volontà di farcela.

Con uno stile serrato e asciutto Roberto Capocristi riesce a delineare i contorni di una storia appassionante per i meccanismi psicologici che sono in gioco.


http://www.giovaneholden.it/index.php?option=com_hikashop&ctrl=product&task=show&cid=646&name=chilometro-53&Itemid=324&category_pathway=



giovedì 1 giugno 2017

Si scrive. Ma perché?






Si scrive, fra le altre cose, perché hai tanta roba dentro e devi fare spazio, perché i tuoi personaggi hanno un gran bisogno d'aria, perché ci sono mondi che tu hai visto, ma che gli altri non ci han fatto caso. 
Si scrive perché quella storia che hai intuito solo con la coda dell'occhio merita un seguito o perché sei seduto su un treno, e quello scorcio di paesaggio sporcato dal vetro del finestrino ti ha collegato insieme un paio di sinapsi piuttosto distanti fra loro. 
Si scrive perché tanto quella storia l'hanno già scritta tutti, ma secondo te non era così che la dovevano scrivere, perché il mondo è pieno di storie che aspettano solo qualcuno che le renda presentabili e perché, per una volta, vuoi essere tu a tirare i fili del destino. 
Si scrive perché vuoi cominciare da dove un altro avrebbe finito o perché vuoi finire dove un altro avrebbe cominciato.
Si scrive perché quella cosa non interessa a nessuno, e invece tu sei sceso di sotto e l'hai vista da vicino. Che sorpresa quel baccano, la polvere, le grida e quell'odore di sudore sano, come un nugolo di ragazzetti esagitati dietro ad un pallone.
Si scrive, secondo me, perché ci sono in giro un mucchio di persone interessanti che non sono esistite mai, come Madame Bovary, Capitano Achab o Terese Raquin. Passano gli anni e continui a sentire parlare di Renzo e Lucia, di José Arcadio Buendia o Dona Flor con i suoi due mariti. Ci deve essere una dimensione parallela dove questi sono diventati immortali, e nemmeno invecchiano più, non  oltre a quel tratto di penna dispettoso che gli aveva disegnato una ruga sulla fronte, un naso gigantesco o una gamba di legno. Chissà come se la passano il tenente Drogo, quel Montag o quel Jean Baptiste Grenouiolle?
Carol Gerber. Io, per esempio, vorrei conoscere Carol Gerber, ma anche Frannie Goldsmith o Beverly Marsh, se è per questo. Non sarebbe male se qualcuno dei miei personaggi potesse farmi avere notizie, che portasse loro un saluto.
Si scrive perché si ha invidia di quelli che si arricchiscono scrivendo. Certo, usano delle lingue diverse dalla nostra, che rimbalzano da un continente a quell'altro e che alla fine riescono a materializzarsi in immagini, fumetti e canzoni. 
Si scrive perché è impossibile farne a meno e perché, ogni volta che qualcuno comincia a leggere un tuo libro o attacca un tuo racconto, si riaccendono le luci su quei luoghi e su quei personaggi. Questi ultimi si svegliano, escono dall'animazione sospesa che li aveva costretti a dormire, si sgranchiscono e cominciano a ricomporre la storia che li riguarda.Ogni volta un po' diversi, si vestono dei panni che il lettore vede bene addosso a loro e cambiano un po' il volto, la statura ed il tono della voce, poi si girano intorno e non riconoscono più il posto, inondato da quel raggio di sole che quell'ultima volta non c'era o da quel venticello freddo che fa venire voglia di coprirsi. 
Ecco perché si scrive, perché il seme del mondo che hai sotterrato germoglierà ogni volta con una pianta leggermente diversa, ed il miracolo si compirà di nuovo.

lunedì 10 aprile 2017

Racconto semiserio sul thriller e la tecnologia moderna...




Clayton Mulligan  detestava lasciare le cose al caso.
Complice l'estate precoce, il rinnovato miracolo delle piante fiorite, dei camion dei gelati ad ogni angolo di strada e delle donne in abiti succinti a spasso per la downtown, aveva goduto degli odori della natura attraversando la periferia con il finestrino abbassato e la musica degli anni 70' che suonava nell'autoradio. Frank Valli and The Four Seasons avevano cantato December e poi Long train running dei Doobie Brother e  i Bellamy Brothers e Steve Harley and cockney Rebel. Nell'aria un trionfo di profumi, una meravigliosa miscela di terra bagnata, erba tenera e pollini. Vincevano sullo smog per distacco e sulle marmitte, che avevano lavorato per tutta la stagione fredda stendendo una cappa nera sui tetti delle case. 
Clayton Mulligan, che non lasciava mai nulla al caso, aveva parcheggiato lontano  e si era diretto alla villa cominciando ad attraversare il parco, con le mani in tasca e l'andatura da teppista che gli era rimasta incollata alle gambe da quando era giovane. 
A quell'ora di sera non si incontrava nessuno, fatto salvo per qualche senzatetto addormentato sulla panchina sotto due strati di coperte lerce e degli amanti spericolati, tesi per la paura ancor più che per l'eccitazione dei loro corpi. Dal boschetto, che era nato spontaneamente attorno ad una stradina pavimentata in pietra e contornata da file disadorne di mattoni rossi, già si intravedevano le luci giallognole delle finestre. 
Strinse l'impugnatura del coltello serramanico che teneva in tasca. 
Duro, di quella plastica rivestita con una madreperla sintetica che già cominciava a scollarsi, faceva compagnia alla sua erezione. Era cominciata nel momento  stesso in cui i dettagli sugli omicidi che stava per commettere si erano delineati nella sua testa, quando l'immagine del sangue che sprizzava dalla giugulare aveva riempito di rosso lo schermo dei suoi sogni, quando le grida di terrore si erano estinte in un gorgoglio come una radio a corto di batterie.
Clayton Mulligan era sconosciuto alla polizia. 
Era solo il profilo di un volto con un grosso punto interrogativo al suo centro, un nome in codice, delle fotografie di luoghi puntate su un  tabellone polveroso. Era una collezione di articoli di giornale, ritagliati e lasciati ingiallire nei dossier che da anni si accumulavano l'uno sull'altro.
Clayton Mulligan era quello, una somma di ipotesi, la frustrazione del poliziotto comune, la carriera degli investigatori che si arenava continuamente nelle secche sabbiose. Mulligan era un passamontagna ed un paio di guanti in lattice, era quello visto solo di schiena, quello che non mi ricordo, quello degli identikit tutti diversi fra loro. Clayton Mulligan era bianco, nero, giallo ed eschimese. Poteva arrivare da un altro mondo come essere il tuo vicino di casa, quello che cucinava pentolate di fagioli ogni sera. Magari era la figlia vergine del calzolaio che si armava di tutta la sua energia repressa e calava in città con la tempra del serial killer, oppure il prete benedicente che puzzava di quell'onnipresente odore di incenso. Clayton Mulligan, quando lasciava tracce, erano quelle delle rughe sulla fronte accigliata del pubblico ministero o i tratti nervosi che il commissario imprimeva a biro sul foglio bianco delle sue indagini, fino a stracciarlo.  
Clayton Mulligan era imprendibile.
Lo era stato quando aveva violentato e ucciso quelle donne  ai margini di una festa di provincia, quando aveva rapinato le banche ed era fuggito con la refurtiva prima ancora che gli impiegati si fossero resi conto di essersi bagnati i pantaloni. Lo era stato in cento altre occasioni, alla mattina, al pomeriggio e alla sera, quando le serrature delle case che svaligiava cedevano lascive ai suoi ferri del mestiere e si spalancavano su mondi interi da esplorare.

Quella sera non fu un problema aprire il cancello. 
Lo scatto della serratura si avvertì leggero ed il battente si spalancò senza cigolare.
Dalla casa arrivava il rumore di una TV accesa e delle sagome attraversavano lo spazio dietro alle tendine. Nascosto al riparo di uno spigolo e vestito del buio, Clayton si sforzò di ascoltare.
Si udivano le voci di lei, del marito e di una giuria che stava giudicando degli aspiranti cuochi usando la solennità che sarebbe parsa esagerata pure alla cerimonia dei Nobel. Gattonò sotto il davanzale, appoggiò l'orecchio alla porta ed ebbe la conferma: due persone.
Il piano era semplice e prevedeva di attirare all'esterno la prima, per liberarsene con una coltellata al fegato, trascinarla dietro ai cespugli e sostituirsi al suo ritorno.
«Tutto bene, caro?»  Avrebbe domandato lei, alzandosi dal divano con un bicchiere di Glen Grant con ghiaccio ancora da cominciare. 
E poi l'avrebbe violentata, non una, ma due volte. 
Nell'intervallo si sarebbe bevuto il Glen Grant ascoltandola piangere e, alla seconda, si sarebbe preso tutto il tempo necessario, magari svestendosi prima e riponendo con cura i suoi abiti sulla spalliera di qualche sedia. 
Le cose non potevano andare diversamente. L' importante era di non lasciare le sue impronte digitali impresse in qualche posto e le orme dei suoi piedi, un quarantadue così diffuso che gli investigatori si sarebbero arresi al panico ancor prima di cominciare a fare il loro inutile lavoro.
E sangue.
Voleva lasciare laghi di sangue, attirare l'attenzione di vampiri addormentati da millenni, piuttosto, ma Clayton Mulligan adorava vedere scintillare le luci delle lampadine sulla distesa omogenea del sangue, percepirne l'odore e portarselo a casa come la memoria olfattiva di un vino di gran classe.
Gli investigatori, quegli inutili e patetici uomini con le cravatte prese in prestito dal cattivo gusto, dovevano armarsi di straccio e secchio e vincere la palude che lui avrebbe lasciato per ricordo
Fece cadere un vaso per attirare l'attenzione e attese. 
In casa si accese una luce che andò a rinvigorire quella timida luminescenza che attraversava appena le finestre, si ammutolì il televisore e la porta si bloccò con uno scatto elettrico. 
Con un fragore di ferro delle tapparelle blindate calarono ed un potente faro fece luce sul giardino. Le telecamere con il sensore di movimento lo avevano già inquadrato ed ora lo stavano inseguendo attraverso il prato falciato di fresco. Anche il cancello si chiuse da solo imprigionandolo all'interno: quattro mura di pietra grezza, piante da giardino disposte secondo una precisa geometria, statue, putti e discutibili panchine da innamorati di Peynet. Dal balcone decollò un drone, un piccolo quadricottero in plastica con una grossa telecamera montata sotto la pancia. Si mise a girare intorno a lui come una fastidiosa zanzara. Anche quando cercava di sottrarsi all'occhio impietoso della sorveglianza video, Clayton era seguito da quel mostro ronzante.
La polizia non tardò ad arrivare. Si materializzò praticamente al di là del cancello.
Dall'auto uscirono due uomini che andarono ad appostarsi al sicuro, mentre da un elicottero, questa volta vero, si calarono quattro specialisti con delle funi. Il primo ed il secondo lo presero di mira con le armi da fuoco, incrociando le lame dei loro puntatori laser nell'aria tersa del giardino. Il terzo si avvicinò a grandi passi e lo folgorò con un teaser.
«Mulligan sei in arresto!» Abbaiò uno degli uomini mentre lui non riusciva a dominare le convulsioni. Sprizzava bava come un irrigatore da campo e pronunciava bestemmie inarticolate dalla bocca contratta. 
L'ispettore, giacca azzurra, cravatta di un tono più carica e pantaloni di un impeccabile grigio antracite, si avvicinò e lo guardò dall'alto in basso. Aveva degli occhiali con delle grosse lenti che riflettevano il fascio di luce dei riflettori. Il vento scompigliava i capelli castani sbattendoli sotto la tempesta delle sue pale. In mano un dossier e nell'altra lo smartphone. Accanto a lui quello che probabilmente era il suo tirapiedi, un uomo con tanto naso quanta faccia ed un accenno di rossore sulla punta. Portava i folti capelli biondi acconciati da una mano da molti dollari al colpo ma nulla, quel naso infelice catalizzava tutte le possibili attenzioni. Mulligan si piegò come un librò chiuso  e tentò di dominare il dolore al ventre.
«Sì,  sì, si!» E dicendolo annuiva con la testa. 
L’ispettore era in un brodo di giuggiole. Stava probabilmente godendo della sua promozione prossima ventura e della scopata che avrebbe rimediato quella sera stessa vantando le sue imprese con Katya, la nera con le tette grosse del dipartimento antidroga. 
Il vice fece girare Mulligan con una pedata. I denti di quel sorriso da figlio di puttana non erano meno artificiali di quell'acconciatura tutta lacca.
«Adesso ci facciamo un giro alla stazione di polizia. Che dici stronzo, scommetto che non vedevi l'ora di visitarne una?» Si chinò e lasciò che uno sputo gli cadesse in faccia. «Così ti diciamo i tuoi diritti e ti facciamo vedere le prove...»
Il dolore, lo stordimento e quella nausea da campionato mondiale di sbornie si calmarono mentre l'elicottero abbandonava il sito e il drone rientrava al nido come un aquilotto dalla mamma. Mulligan attese che un po' di saliva gli lubrificasse la lingua, quindi parlò.
«E di cosa mi accusate? Profanazione di prato all'inglese, furto con destrezza di nani da giardino?» La nausea si aggravò nuovamente, prima per lo sforzo, poi per il calcio che il biondo cotonato gli diede nello stomaco. L'ispettore mise il telefono in tasca e lo guardò come un quarto di manzo. Aveva la luce alle spalle che creava quell'alone da icona religiosa.
«Omicidio, stupro, rapina a mano armata ed effrazione con tentato omicidio. Ma non ti devi preoccupare.  Dalle nostre parti la sedia elettrica è comoda. Se vorrai potrai chiedere di metterci un cuscino sotto quel tuo culo flaccido e vedrai, hanno un cuore grande così al carcere della contea!»
Clayton Mulligan aveva quella risata grassa, piena. Quando rideva impiegava i due polmoni al massimo delle loro possibilità. Quella notte fece fatica e dovette sopportare del dolore ma non rinunciò alla risata, che proruppe come una salva di cannonate.
«Ah sì, ispettore. E cosa avresti nelle tue mani da femminuccia per inchiodarmi alla sedia elettrica, sentiamo...»
La prima delle prove gli cadde sui denti.
Era un plico rilegato ad anelli. Mulligan si mise seduto e lo sfogliò. C’erano dei grafici incomprensibili e delle piccole didascalie al fondo di ognuno di loro. Tutto quanto non aveva per lui alcun significato: Gettò a terra il fascicolo e sputò nella sua direzione.
«Io mi ci pulirei il culo...»
L'ispettore si accese una Pall Mall e porse il pacco al collega nasone che rifiutò. 
«Mai sentito parlare della prova del DNA, acido desossiribonucleico?»
«No, stronzetto, ma ho sentito parlare di ispettori incapaci che alla fine hanno aperto un bar per i camionisti…»
La seconda prova era simile alla prima, ma con più pagine. Erano foto della città scattate dall’alto. Alcune delle strade erano percorse da righe colorate rosse o blu. Qualcuna terminava con un cerchiolino ed altre con una piccola fotografia. Mulligan mandò il plico a fare compagnia a quell’altro.
«Ai miei tempi li chiamavano collage, e li facevano fare ai bambini cretini.»
L’ispettore si spostò, e di colpo la lama tagliente del riflettore colpì Mulligan nel centro delle retine assieme ad un metaforico ceffone. Il subalterno, il vice o il tirapiedi con il naso infelice si sgranchì le gambe per andare a parlare con uno degli incursori. Si era arrotolato il passamontagna sopra la testa e si grattava una ferita sul mento.
«Sono i movimenti del tuo cellulare, idiota! Avresti fatto bene a spegnerlo prima di fare tutte quelle porcherie. Guarda, questo e questo sono le rapine alle banche, questa e la tua serata brava di stupri e omicidi, questo è il tuo ultimo giro, quello che ti sei fatto questa notte per venire fino a qui…»
Mulligan strizzò gli occhi dinanzi a quel documento e lo sfogliò nervosamente, avanti ed indietro. Con le labbra ancora insensibili e la chioma spettinata a causa della scossa elettrica, sembrava un matto senza speranze di fronte ad un impossibile test attitudinale.
«Non so di cosa stai parlando, ispettore. Io non so cosa sia il cellulare, e nemmeno ho idea di come faccia a muoversi come dici tu. Queste sono solo stronzate di compiti a casa per sbirri incapaci» si alzò con grande sforzo sorreggendosi la schiena e un grido di dolore senza filtri lo umiliò dinanzi a tutti. «La prossima volta portami delle prove, sbirro! Io adesso vado dal mio avvocato che troverà il modo di scucirti quel distintivo dalle tette…»
Claudicante, cercò di farsi strada e di passare oltre all’ispettore. Il vice col naso di luna gli si parò davanti con le braccia aperte.
«Decidi Mulligan, questo può essere il capolinea della tua carriera come l’ampiezza del tuo sedere alla fine del trattamento, o la somma delle due cose. Decidi tu. E adesso, da bravo, metti le mani dietro la schiena.» Due manette che sembravano lucidate al sidol luccicarono tintinnando fra la mani. Mulligan, ancora con i guanti di lattice addosso, piazzò gli occhi negli occhi sbirro. Quello sguardo, di solito, precedeva un omicidio di qualche secondo.
«Te l’ho detto, non so nemmeno cosa sia il DNA o il cellulare. Quello che conosco io, di cellulare,  porta in giro gli imbecilli che si sono fatti mettere le mani addosso da voi, e di sicuro non sta in tasca alla gente.»
Le manette scattarono alle sue spalle, stringendo. Lo fecero dopo un strattone senza riguardo.
Mulligan non reagì, non con la canna di quel fucile indirizzata verso il suo petto. L’uomo con il passamontagna arrotolato sulla testa tirò la sua cicatrice in un ghigno.
L’ispettore, che gli aveva messo le manette a tradimento, girò intorno a lui e gli sistemò il colletto della giacca. Con una mossa abile e veloce gli infilò la mano nella tasca anteriore dei pantaloni ed estrasse un cellulare, Honor 7 color silver. Gli occhi di Mulligan si accentrarono strabici e sorpresi in direzione dell’apparecchio. Quella cosa dura accanto al coltello non era stata l’erezione, evidentemente.
«Qualcosa da dire a tua discolpa, assassino?» Rimase muto. Se ne avesse avuto la forza si sarebbe lasciato evaporare in una nuvola. Sulle prime le sue labbra tremarono nel tentativo di emettere una parola, dopo bofonchiarono una frase con poco senso.
«Ma, ma, allora…»
L’ispettore congedò gli uomini dei corpi speciali con un gesto. Se ne andarono incontro a dei lampeggiati che si intuivano al di là del muro. L’uomo dal naso enorme, pentito, chiese una sigaretta e l’ottenne assieme allo zippo.
«E allora sei fritto come una melanzana impanata, amico, fattene una ragione.»
«Ma allora» si guardò le mani. «I miei guanti per non lasciare le impronte, il passamontagna, il coltello che ho pulito ogni volta, le lettere che ho mandato scritte a macchina…»
«Ti abbiamo incastrato amico, il tuo DNA sui corpi delle vittime, i movimenti del tuo telefono, l’intercettazione delle tue mail, i passaggi in autostrada, i prelievi col tuo bancomat. Sei finito nei filmini delle telecamere di tutta la città...sei fottuto!»
Mulligan pensò alla sedia elettrica, a quell’odore di bruciato che avrebbe avuto tempo di sentire nell’agonia, a tutta l’attesa snervante nel padiglione della morte.  Pensò all’ultimo pasto, al confessore con gli occhi bassi e al miglio verde. Quando il vice sfilò il suo portafogli e gli fece vedere la Mastercard piuttosto consumata, lui si raccolse in una specie di preghiera.
«Io, io…»
«Devi essere finito nel racconto sbagliato. E’ quello che sospetti Mulligan?»
Annuì, ed una lacrima di rabbia gli rigò il volto.
«Porca puttana, sì...» Pensò al piccolo oggetto volante, ai raggi rossi  che squarciavano il buio, alle telecamere che avevano seguito i suoi movimenti. Anche quell’arma ad energia elettrica che gli aveva fatto rimpicciolire lo scroto gli era sembrata una cosa fuori contesto.  «Devo…devo essere finito nel racconto sbagliato, in un’epoca sbagliata…»
Quando ebbe nuovamente il coraggio di guardare in faccia l’ispettore, le lacrime grondavano senza ritegno. L’uomo col naso grosso mostrò a sua volta un po’ di commozione.
«Siamo nel 2017…»
«Non nel 1971?»
I poliziotti si guardarono fra di loro. Non sapevano come dirglielo.
«Sei finito nel racconto sbagliato, ci dispiace. Una domenica pomeriggio qualcuno che si annoiava l’ha scritto…»
«E chi...chi è stato?»
I due si consultarono brevemente parlandosi nelle orecchie. Il vice lo guardò con gli occhi un po’ lucidi. «Capocristi, Roberto Capocristi. Uno che si vuole complicare la vita…»
«...e che non scrive mai racconti ambientati negli anni 70' o prima ancora, quando le trame erano più semplici e i criminali così difficili da catturare.» Aggiunse l’ispettore quasi vergognandosi. Il vice cercò di addolcire la pillola.
«Lo so Mulligan, è stato un colpo basso. All’inizio Capocristi voleva ambientare la sua storia negli anni 70’. Zampa di elefante, camicie coi colletti enormi e cocaina che costava una fucilata. Si era anche inventato una storia parallela di puttane con la permanente, auto con seimila centimetri cubici e sigarette fumate al cinema. Una cosa affascinante, devo dire…»
«E poi mi ha dato quel nome idiota, Clayton Mulligan...»
«Già, una vera schifezza! Mi dispiace, è fatto così. Ha cambiato idea, ha voluto complicarsi la vita con tutta questa tecnologia che rende difficile articolare una trama credibile e senza punti deboli. Insomma, cosa scrivi, scrivi, c’è sempre il pericolo che salti fuori un’invenzione che ti sega le gambe alla storia. E’ andata male, Mulligan!»
Un velo di tristezza calò il sipario su  quel  volto contrito. Clayton, un malvivente d'altri tempi catapultato nel 2017 senza uno straccio di preavviso. «Quindi i guanti per non lasciare impronte, il passamontagna e tutte quelle…»
«Precauzioni?» Intervenne l’ispettore. «Roba vecchia che non sta più in piedi…»
Quando Mulligan salì sul furgone per essere portato in carcere, la sua dignità si era disintegrata. Mille coriandoli che il vento stava sparpagliando in giro sul marciapiede.
Lo aspettava un tribunale, dei giurati accigliati, ottusi e pieni di pregiudizi. Lo aspettavano tanti anni nel carcere prima che si liberasse un posto su quella sedia. 
Per Clayton Mulligan, pluriomicida con prove schiaccianti a suo carico, non ci sarebbe stata clemenza.


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martedì 21 marzo 2017

Non fate impazzire lo scrittore...






Son capaci tutti a scrivere un libro. 
La difficoltà sta nel trovare il tempo di farlo, di mantenerlo coerente, sensato e interessante (mica lo scrivi per te stesso, il libro). E poi occorre lasciarlo per così dire, decantare, sottoporlo alla prima rivisitazione, alla seconda, alla correzione di bozze e all'editing. 
Poi è necessario stamparne una copia a spese tue, impaginarla correttamente e rilegarla, in modo che i lettori beta possano accedere alla tua meraviglia senza trovarsi con dei fogli sparsi in giro per il salotto (lo standard minimo, direi, è quello della spirale con la copertina plastificata trasparente sul frontalino e quella semi rigida sulla quarta. Non voglio iniziare la polemica su quanto sia difficile trovare una spirale adatta all'uopo, perché, ovunque si vada, si passa dalla 0.5 direttamente alla 5.0, formato che viene venduto in sacchetti da minimo cinquanta pezzi e con  uno sconto dello 0%.) 
Poi, quando il lavoro è presentabile, parti alla ricerca di una casa editrice (perché auto pubblicarsi, se non sei una bella bionda che buca lo schermo, se non hai centinaia di amici disposti a scaricare il tuo ebook e a promozionarlo, santi in paradiso o una fortuna sfacciata, equivale quasi sempre a bruciare il tuo lavoro). 
Quindi si rimane ancorati all'antico; ancora troppo diffidenti i potenziali lettori ebook. 
C'è chi teme che il dispositivo sia energivoro, troppo costoso e che infine emetta radiazioni cariche di agenti mutageni. C'è anche chi si preoccupa per la sua vista e chi è semplicemente tirchio.




Io capisco le case editrici, anzi, provo per loro anche una certa empatia. 
Sono sommerse dalle proposte, poverine, e non credo che tutti gli aspiranti posseggano la perfetta impostazione stilistica di Checov, l'irrefrenabile logorrea di King o la penna irriverente di Bukowski. 
Se esistono degli editori senza alcuna pretesa sul formato trasmesso e sulle modalità di compilazione dei documenti di corredo (di solito biografia, sinossi e trama dettagliata) e sono per fortuna i più numerosi, si trovano anche quelli che hanno sviluppato degli anticorpi specifici contro l'eccessiva presenza di aspiranti scrittori, anticorpi che qualche volta  sono piuttosto singolari. Mi chiedo, per esempio, come possano esigere delle sinossi con un certo preciso numero di battute e una quantità di capitoli compresa in un intervallo ben determinato, ma che insieme non superi un numero preciso di caratteri. Qualche volta è capitato che chiedessero dei capitoli a scelta dell'autore e in numero ragionevole. Le parole "scelta" e "ragionevole" mettono paura, vero?
E poi ci sono quelli che vogliono le cartelle editoriali piuttosto che il testo formattato a vostro piacimento, il Word di nuovissima generazione, il pdf con una certa impostazione e il cartaceo. Se i primi, vi confesso, suscitano tutta la mia stima perché costringono lo scrittore a non dare mai nulla per scontato, quelli della carta  stampata, invece,  mi fanno venire l'orticaria.
A parte l'aspetto squisitamente ecologico  (perché mai dovrei consumare una risma di carta e invadere l'aria con delle polveri sottili che potevano tranquillamente giacere nel toner della mia stampante) ci si pone anche una domanda piuttosto ovvia: 

ma dove mai potranno stivare tutto quel volume di carta?

Disporranno di speciali magazzini destinati allo scopo con potenti sistemi per prevenire ed estinguere gli incendi?
Avranno dato in carico ad una ditta esterna tutti gli aspetti pertinenti la conservazione e gestione delle copie?
Un bastimento verrà ad imbarcarle all'interno di speciali enormi container?
Un addetto appartenente al comitato di valutazione verrà a ritirare prontamente il faldone non appena questo sia giunto all'indirizzo di destinazione?
Cestineranno il vostro plico dopo avere letto le prima quattro pagine?
Non saprei, ma vi inviterei a riflettere sull'ultima ipotesi...
E poi ci sono quelli che vogliono di più.
Quando dico "di più", intendo che vanno oltre alle richieste consuete degli elaborati stampati, altrimenti sarebbe troppo semplice. Il manoscritto (lo chiamano così anche se ricorda un po' quelle cose che ci insegnavano a scuola sui frati amanuensi), deve essere stampato su un solo lato del foglio, rilegato a caldo ed in duplice copia. La busta di spedizione deve essere integrata con un CD contenente la versione informatica dell'opera....ah, dimenticavo, con raccomandata e ricevuta di ritorno. Credo che nemmeno le ambasciate comunichino tra loro con protocolli tanto rigidi. 
In ogni caso hanno ragione.
Certi editori confidano nella traduzione e ripubblicazione di testi stranieri che hanno già avuto successo e, pertanto, la nuova proposta non rientra nei loro piani editoriali, solo che non osano dirlo. In un paese come il nostro, dove si legge pochissimo e il libri perlopiù si regalano, la prudenza non è mai troppa ed un occhio al bilancio non guasta mai.




E poi c'è la promozione, che ti fai praticamente da solo, a tue spese e pagando di tasca tua gli errori di comunicazione (del resto te l'avevano detto! C'era quel corso farlocco dove il professor Vattelapesca ti insegnava come vendere mille copie al giorno con un sorriso ma tu, stupido, non ci avevi creduto  e l'avevi lasciato  giacere nel cyberspazio). 
La promozione funziona nel modo seguente, forse un po' farraginoso, lo ammetto,  ma credetemi, le certezze sono scolpite nella dura pietra :


Usa i social  / non usare i social
Definisciti scrittore / non lo fare, a meno che  tu non sia in odore di Nobel e con una dozzina di bestseller già pubblicati
Posta quotidianamente qualcosa che ti riguarda  / non farlo perché potrebbe essere deleterio


Credi in te stesso e nel tuo lavoro  / non farlo, perché la superbia è la peggiore promozione possibile


Collabora con i blog, cerca recensioni, attira l'attenzione con qualche passaggio dei tuoi libri / non lo fare, perché in quel modo ti butteresti via....
fai le presentazioni al paese tuo / non le fare perché non saresti cosmopolita
fai le presentazioni in streaming, eurovisione e reti unificate / no, saresti arrogante



e via dicendo.


Quindi, attraversato l'oceano di incertezze, ambiguità e dubbi e in attesa che la RAI ti telefoni per invitarti a sedere al talk show della domenica sera o che Spielberg decida di fare del tuo libro un film, tieni botta con le persone che incontri in strada e accetti le loro legittime obiezioni e pregiudizi. 

Io ne ho annotate alcune:


1.  ma è farina del tuo sacco?
2.  cosa ti fumi?
3.  che strano, ma sei laureato in lettere?
4.  ma hai pagato tutto tu?
5.  non ti ci facevo...
6.  ma è una cosa per beneficenza? 
7.  io non ho mai letto un libro in vita mia. Non vedo proprio perché dovrei cominciare con          uno dei tuoi...
8 . è gratis?
9 . ah, ma si paga!
10. aspetto che lo finisca Tizio poi me lo faccio prestare.
11  se non vendi almeno centomila copie lascia perdere, perché hai già capito che non ci           stai   dentro...


Ecco, l'ultima, che trasuda di solida concretezza settentrionale, l'ho sentita dire un po' di tempo fa. Devo riconoscere che mi ha fatto sorridere più delle altre.


Comunque amici, portate rispetto per gli scrittori, non fateli impazzire. 
Anche se non vanno in televisione, arrivano dal Maine o scrivono per un prestigioso giornale a tiratura nazionale, sono spesso persone che andrebbero ascoltate e rispettate, se non altro per il mazzo che si fanno tutti i santi giorno del calendario.