giovedì 16 novembre 2017

martedì 7 novembre 2017

Chilometro 53 al Pisa Book Festival


Roberto Capocristi
CHILOMETRO 53

Giovane Holden Edizioni


da venerdì 10-11-2017  
al Pisa Book Festival




mercoledì 2 agosto 2017

I mestieri nei romanzi thriller. Dizionario semiserio dalla A alla K







Non mi dite che non ve ne eravate accorti!
Il protagonista di una storia non può mica fare un mestiere qualunque! 
Da un secolo, anno più anno meno, i film sono frequentati sempre dalle medesime figure professionali e i libri di conseguenza, oppure viceversa. 
Quindi, per chi voglia mettersi a tirare giù la trama di un thriller o di un racconto dove il presupposto sia un po' di azione e qualche colpo di scena, stilerò un elenco in ordine alfabetico delle attività professionali consigliate per la stesura dei personaggi.


A - Agricoltore 

Il contadino si presta ad ogni situazione. 
Intanto perché vive fra gli animali, gli attrezzi pericolosi e certi silos nei quali conviene non cadere. Gli amici a quattro zampe si sa, tendono a impazzire, a contrarre morbi di provenienza aliena e a coalizzarsi contro l'uomo. Anche i trattori non scherzano, perché possono essere guidati addosso al cattivo, oppure andarci di loro iniziativa. Insomma, che il contadino sia in campagna a rifocillarsi con un panino e un fiasco di lambrusco, o che stia dedicando le sue attenzioni alla bella moglie, è sempre in pericolo, vuoi per quel buio che c'è fuori, vuoi perché, nel cuore del Nebraska, nessuno può sentirti urlare.

B - Barista

Si spalancano scenari.
E' incredibile come la vita di un umile barista, meglio se una coppia di umili baristi, possa trasformarsi nella base per strutturare un buon libro. Messi in simbiosi con un contesto di provincia profonda e un contorno di povertà che morde le ossa, i personaggi dietro al banco si prestano a dinamiche sorprendenti e a soluzioni inattese. Mi chiederete il perché di tutto questo entusiasmo e io vi rispondo sinceramente: sto facendo le marchette amici, perché ci ho scritto un romanzo e piace, per la miseria se piace!. Si intitola Chilometro 53, dove, a quanto pare, baristi e banditi sanno coesistere e dare vita a una storia davvero avvincente. Insomma, qualcuno capace di fare un buon caffè e di shakerare un Aperol Spritz come Dio comanda, non ha davvero nulla da temere di fronte ai sei colpi di una Quarantaquattro Magnum.   ;)

C - Cantante

Intanto non si sa bene quanto siano affidabili le sue frequentazioni, quale tipo di rivoltella tenga nel cassetto il suo agente e di quali droghe sia sistematicamente strafatto. Il cantante si sa, non è sempre di successo, frequenta locali poco raccomandabili e qualche volta va a suonare ai matrimoni della camorra. Quindi sì, si presta, vuoi perché attira le confidenze dei cattivi come il miele con le api, vuoi perché il suo partner è di solito insoddisfatto e vorrebbe vederlo/a dietro allo sportello di un ufficio postale. Il partner a sua volta, per quanto avulso dalla storia, ha tutti i requisiti per diventare un pericoloso assassino.





D - Dentista

Che sia il pazzo nazista de "Il maratoneta" o il sadico irresistibile della "Piccola bottega degli orrori", il dentista incarna la perfezione fra i personaggi per un thriller. Non fraintendiamo, potrebbe pure essere utilizzato come vittima o pacifico padre di famiglia tutto casa, ambulatorio e chiesa, ma il suo vero potenziale, una volta anestetizzato il paziente e con in mano una pinza per cavare i denti, è sicuramente quello di maniaco-assassino seriale-senza scrupoli-fuori di testa. Aggiungerei anche che il dentista, con studi di medicina e quella specializzazione tutta sua nel mettere inquietudine al paziente, conosce così bene i centri del dolore che potrebbe da solo reggere una storia, magari andando in giro con quella speciale valigetta carica di strumenti odontoiatrici ma mascherata come una rassicurante ventiquattrore. 

E - Entomologo

Nessuno lo può negare. L'entomologo, quel tipo in camice e occhiali spessi di tartaruga (bruttino se uomo, irresistibilmente sexy se donna) decisamente tendente al nerd e che vive chiuso in un seminterrato a studiare l'anatomia degli esapodi quando gli altri sono in giro a divertirsi, è il personaggio perfetto per dare al tuo romanzo le sembianze di un libro serio. Inserire nella storia parole con etimologia latina e descrizioni raccapriccianti di esoscheletri verdi, non serve a nulla ma ammettiamolo, la gente sbarella per quei particolari e sarebbe pronta a ringraziare l'autore per quella cascata di nozioni scientifiche che lo rendono edotto di termini nuovi e concetti affascinanti. Per esempio, quanti di voi sono a conoscenza del comportamento sociale delle formiche di fuoco?

F - Fotografo

Ammettiamolo, è dai tempi di Blow-Up di Antonioni che vorreste scrivere una storia con un fotografo come protagonista. Il fotografo è così, passano gli anni ma lui no, continua a chiudersi in camera oscura a sviluppare. Il suo studio, una cosa fatta di frodo in una mansarda all'ottavo piano senza ascensore, è frequentato da belle donne, amici impiccioni e padroni di casa alla ricerca dell'affitto perduto. Il fotografo di solito scatta un primo piano a una modella, a un decadente paesaggio autunnale, al passaggio di un'auto d'epoca ed eccolo lì, l'inquietante particolare di un delitto senza soluzione rimasto impresso senza volerlo sulla pellicola. Insomma, il fotografo è un cliché al quale difficilmente si potrà rinunciare.

G - Geometra...stavo scherzando
      Gallerista

Ma ve lo immaginate quante situazioni si possono sviluppare in una galleria d'arte? 
Vedo già i diritti cinematografici venduti a una major, Tom Hanks aggirarsi per il set e torbide scene di sesso e sangue, con schizzi copiosi di materia ematica che vanno a imbrattare le tele. Un thriller che si rispetti deve avere fra i suoi personaggi un gallerista. Una bella statuina, sia chiaro, un mucchio d'ossa a spasso per la storia e senza un'apparente ragione, ma ci vuole. E' indispensabile.






H - Hostess

Può essere il fondamentale ingranaggio di un complotto terroristico per fare precipitare su di un asilo l'aereo dove vola il presidente, oppure rappresentare l'ultima speranza dell'umanità di fronte a un nugolo di malintenzionati armati fino ai denti e disposti a dirottare il jet dalle parti dell'Africa subsahariana. 
Anche a terra l'hostess funziona piuttosto bene. C'è, non c'è, arriva o non arriva... Fidatevi, se ho scelto una hostess fra i protagonisti del mio libro Freezer, avevo le mie buone ragioni.


I - Insegnante

Specie se a livello universitario, l'insegnante funziona sempre a mille. 
Il cliché lo esige uomo, mezza età, piuttosto sportivo e con un pallino per hobby pericolosi, come l'archeologia, lo spiritismo e altre varie attività collegate a qualcosa di misterioso. Normalmente viene interpellato da belle donne in cerca di informazioni, da studentesse procaci e studenti con il piglio del leader. In tutti e tre i casi ottiene di fare innamorare i propri interlocutori. Da usare con parsimonia, considerate le diecimila applicazioni del format in campo letterario e cinematografico.

L - Lavapiatti

Voi non avete idea delle potenzialità del lavapiatti in campo letterario. Il solo fatto che usi fumarsi una sigaretta durante le pause di lavoro, e che lo faccia sul retro del ristorante in un vicolo maleodorante e pieno di gatti randagi, lo espone alle peggiori nefandezze della solita città marcia dentro, e infine lo costringe ad essere unico testimone di efferati delitti.

M - Mandriano

Non è proprio come il contadino. Lui tende a bivaccare all'aperto, a mangiare carne in scatola e a lavarsi i piedi con il wihsky. Non teme proiettili, esplosioni e cariche da parte di sterminate mandrie di bufali impazziti. Tuttavia rappresenta il perfetto equilibrio tra l'inguaribile romantico e il castigafemmine senza pietà.Ha denti bianchi come il sole anche se non se li lava mai e parla come uno scaricatore di porto. Nella versione femminile è più o meno uguale, con la differenza che parlerà ancor peggio di uno scaricatore di porto.





N - Neurochirurgo

Avete notato? Normalmente nei film è un luminare di fama mondiale che guadagna migliaia di dollari all'ora. Trapianta teste, dona la vista ai ciechi e la parola ai muti. Solo che non è mai al lavoro. Si divide fra le partite a golf con l'amico cardiologo, la passione per il basket/baseball/hockey prato e ghiaccio, e tradisce la moglie deliziosa con enne amanti, tutte procaci e sempre disponibili. 
Solo che non lavora mai. 
Lo trovi al circolo, mattino/pomeriggio/sera, con un drink in mano e le maniche della camicia arrotolate sulle braccia abbronzate e muscolose...e certo, perché lui va anche in palestra. Comunque sì, è perfetto come protagonista di un giallo dove poi alla fine scopri che è stato lui, perché non aveva un cazzo da fare...

O - Operaio

Succede sì, ma di solito muore per primo

P - Patologo

Non può mancare. Uno che rovista fra le budella come se stesse cercando le vongole negli spaghetti, non può mancare! E poi di solito è un personaggio immune alle disgrazie. Lui prende atto, allinea i cadaveri nella sala autoptica e si lascia andare a considerazioni sulla morte di una ragazzina come se stesse commentando la tovaglia a fiori della suocera. E non muore mai. Catastrofi, epidemie, guerre e rivoluzioni, il patologo è sempre lì, a dispensare saggezza. Di solito fuma come un turco e ostenta occhiaie enormi sullo sfondo di una pelle giallastra. Uomo o donna ha un cuore di pietra e ti sorprende sempre. Senza il patologo non esisterebbe il genere thriller. 

Q - Questore

E lì dipende. Normalmente veste giacche sdrucite e camicie macchiate di sugo. Non ha assistenti o amici: è una cosa che fa tutt'uno con le pareti della questura. Il lettore se lo immagina chiuso nel suo ufficio anche di notte, conservato in una specie di bara come fosse un vampiro. Nello standard americano, di solito, lo trovi al poligono a sparare con la 38 Special oppure  a lasciarsi corrompere dal gangster di turno.



R - Reporter

Ci sta un po' ovunque, meglio se inopportuno e dotato di scarso acume. Diciamolo, il suo destino è quello di non risolvere mai un caso, di essere sempre il subalterno di qualcun altro, di avere un direttore cattivo e corrotto e di finire ammazzato un po' prima della metà della storia. Eppure il reporter ci vuole, specie se si veleggia dalle parti del legal thriller, del noir o della storia di spionaggio. E poi diciamolo, i tempi del giornalismo d'inchiesta sono finiti da un bel po'.

S - Scrittore

E' un must.
Lo scrittore ha ispirato ottomila gialli e altrettanti film al cinema. Io stesso ho scritto una storia che ha come protagonista uno scrittore. Si intitola Interno 1 e devo dire che ha dato soddisfazioni a me e ai lettori. Con lo scrittore si sguazza, dove lo metti sta. La tentazione sarebbe di scrivere ogni libro con uno scrittore come protagonista. 
Sarebbe bello ma non si può. 
Sarebbe come pretendere che il gelato a due gusti abbia solo la parte bianca.


T - Taxista

A parte Uber può sopravvivere davvero a tutto: psicopatici notturni, manager arroganti, donne con le doglie e uomini d'affari in pauroso ritardo. Sopporta i bastardi di mezza città, quelli che invece della banconota tirano fuori la nove millimetri e quelli che amoreggiano sul sedile appena lavato. Insomma, il taxista è una miniera d'oro e sarebbe sempre bene ingaggiarne uno ai fini della storia, naturalmente a tassametro fermo... 





U - Ufologo

E lo so, poi però sei costretto ad infilare un disco volante da qualche parte. La cosa potrebbe funzionare se la tua storia di ispettori, puttane, camionisti e femmine fatali sta inevitabilmente virando alla noia, o se il tuo serial killer davvero somiglia troppo a quell'altro o a quell'altro ancora. 
L'ufologo ha il vantaggio che di solito è un omuncolo insignificante, privo di una sua vita sessuale e con quella cervicale cronica per il fatto che passa le notti a fissare il cielo. Qualora fosse una donna sarà invece una bomba sexy con mille risorse.

V - Virologo


Lo metti ovunque, fosse solo come fotografia su una rivista mentre il tuo personaggio sta facendo la fila dal dottore della mutua.

Z -  ....


Non è facile, sapete? 
Zincatore mi fa molto realismo francese e zootecnico mi ricorda uno che frequenta Linea Verde tutte le domeniche. Zoologo può funzionare in un romanzo di Rollins e Zoccolaio in una storia con ambientazione storica nei paesi del nord Europa.
Facciamo così, lasciamo perdere la lettera zeta e sostituiamola con la kappa....




K I L L E R 



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mercoledì 26 luglio 2017

Recensioni a pagamento e altre amenità.






...e c'è anche qualcuno che paga per avere recensioni on line.

E' incredibile a dirsi, ma esistono dei pacchetti a pagamento per riempire di recensioni lo spazio discussioni di un prodotto, e se si tratta di un libro c'è gente che pare sia disposta a tutto, perfino di scegliersi uno pseudonimo femminile per assicurare al suo thriller un successo sicuro. Da quale base statistica abbia attinto, come abbia potuto convincersi del fatto che il lettore preferisca la scrittrice allo scrittore non è dato sapere, ma tant'è. 
Ma allora perché la Rowling si è fatta pubblicare con uno pseudonimo maschile?
Certo, se una macchina da soldi come la scrittrice di Harry Potter si sceglie uno pseudonimo è ben altra cosa. Non lo fa per menare il lettore per il naso ma per avere conferme, cercare un mercato nuovo, farsi giudicare da un pubblico ignaro del suo status. Se uno scrittore come King aveva sentito la necessità di farsi chiamare Richard Bachman, era perché forse scriveva troppo, sommergeva il suo editore di manoscritti, si metteva a serio rischio di inflazione. Insomma, ho parlato di gente che muove più soldi del calciomercato, mica bruscolini. 
Ma tutti quegli altri perché lo fanno? Mi viene difficile da capire e mi chiedo perché invece non provino semplicemente a portare rispetto al lettore. 
Dovrebbero  immaginarselo come una testa pensante, come una persona in carne e ossa e dotata di un sano senso critico e di una dignità tutta sua, quella che consente una scelta serena dei libri che intende portare a letto la sera. 
Dovrebbero  pensarlo lontano dai pregiudizi, capace di non legarsi a dei banali cliché, a non affezionarsi a delle abitudini. Magari dovrebbero immaginarselo più evoluto del cane di Pavlov o di quello zombie lento e claudicante che si abbatte con un colpo in mezzo agli occhi.
Uno pseudonimo come il mio, dietro al quale si nasconde una persona che ha scelto di non accavallare la professione con la passione, appare a questo punto come una cosa poco coraggiosa, priva di fantasia. Molto meglio comparire sulla propria pagina facebook con fotografie evidentemente false e volti di modelle o attrici di scarsa fama facilmente reperibili sul web, oppure adottare per sé e per i propri personaggi nomi americani, presi in prestito dalle peggiori idee dei peggiori film. Intendo quei nomi tronchi, quasi onomatopeici, quelli che qualche yankee rifila ai propri figli senza rendersi conto di averli chiamati come le esclamazioni dei fumetti. 
Qualcuno si è persuaso che conviene ambientare le sue storie fra i grattacieli dalle parti della Fifth Avenue, con taxi gialli che si fermano solo dinanzi ai ricchi, camerieri che pretendono mance che valgono un punto di PIL e ascensori privati che sbucano su attici sterminati e terrazzi con piscina.
Non sembriamo forse sufficientemente rimbambiti dal maggiore organo di propaganda del mondo che è Hollywood? E' sicuro che il lettore vada in astinenza se il protagonista della storia non è nato nel Wisconsin, cresciuto nello Iowa e diventato ricco nel Massachusetts? E' proprio necessario che vera faccia dell' autore sia irreperibile anche al più abile degli hacker e che il suo pseudonimo assuma un sesso diverso a seconda della convenienza?
Forse no, forse basterebbe scrivere bene, col cuore in mano e la mente lucida. 
Hemingway diceva, e io ne ho fatto motto: "non c'è niente di speciale nella scrittura, basta sedersi alla macchina da scrivere e mettersi a sanguinare". 
Non sarebbe male abbandonare le strategie pubblicitarie buone a vendere prodotti da supermercato e riconoscere alla promozione del proprio libro il rispetto e la serietà che si merita, e il tempo. Per vendere un libro occorre tempo, quello necessario affinché il passaparola si inneschi, i giornalisti abbiano modo di leggerlo e quella copia, ormai consumata, continui a passare da una casa a quell'altra. 
Le recensioni non si comprano. 
E' bene lasciare che scaturiscano dal cuore sincero di qualche vostro lettore, che avrà avuto modo, tempo e coraggio di mettersi a scrivere qualcosa per voi

sabato 10 giugno 2017



Chilometro 53 è un vecchio bar sperduto in mezzo al nulla, un tempo al servizio di un distributore di carburante oggi abbandonato. Sopravvive nell’attesa dei soliti clienti e di qualche turista finito fuori strada. La cifra 53 indica l’esatta distanza del posto dal capoluogo.
Lo gestiscono Giovanna ed Edoardo, compagni di scuola diventati amanti. Insieme si leccano le ferite di due vite naufragate; lei in costante crisi economica e con alle spalle un matrimonio disastroso, lui ex attore di successo, senza più un ingaggio e legato alla flebile speranza di rimediarne uno.
Una sera, al momento della chiusura, un corriere della malavita si ferma al bar e muore, lasciando una misteriosa valigia che i due decidono di tenere. Sarà l’inizio di una caccia senza esclusione di colpi, con banditi armati fino ai denti, persone senza scrupoli, traditori e killer prezzolati. Il prezzo da pagare sarà alto e per sopravvivere non sarà sufficiente la volontà di farcela.

Con uno stile serrato e asciutto Roberto Capocristi riesce a delineare i contorni di una storia appassionante per i meccanismi psicologici che sono in gioco.


http://www.giovaneholden.it/index.php?option=com_hikashop&ctrl=product&task=show&cid=646&name=chilometro-53&Itemid=324&category_pathway=



giovedì 1 giugno 2017

Si scrive. Perché?






Si scrive, fra le altre cose, perché hai tanta roba dentro e devi fare spazio, perché i tuoi personaggi hanno un gran bisogno d'aria, perché ci sono mondi che tu hai visto, ma che gli altri non ci han fatto caso. 
Si scrive perché quella storia che hai intuito solo con la coda dell'occhio merita un seguito o perché sei seduto su un treno, e quello scorcio di paesaggio sporcato dal vetro del finestrino ti ha collegato insieme un paio di sinapsi piuttosto distanti fra loro. 
Si scrive perché tanto quella storia l'hanno già scritta tutti, ma secondo te non era così che la dovevano scrivere, perché il mondo è pieno di storie che aspettano solo qualcuno che le renda presentabili e perché, per una volta, vuoi essere tu a tirare i fili del destino. 
Si scrive perché vuoi cominciare da dove un altro avrebbe finito o perché vuoi finire dove un altro avrebbe cominciato.
Si scrive perché quella cosa non interessa a nessuno, e invece tu sei sceso di sotto e l'hai vista da vicino. Che sorpresa quel baccano, la polvere, le grida e quell'odore di sudore sano, come un nugolo di ragazzetti esagitati dietro ad un pallone.
Si scrive, secondo me, perché ci sono in giro un mucchio di persone interessanti che non sono esistite mai, come Madame Bovary, Capitano Achab o Terese Raquin. Passano gli anni e continui a sentire parlare di Renzo e Lucia, di José Arcadio Buendia o Dona Flor con i suoi due mariti. Ci deve essere una dimensione parallela dove questi sono diventati immortali, e nemmeno invecchiano più, non  oltre a quel tratto di penna dispettoso che gli aveva disegnato una ruga sulla fronte, un naso gigantesco o una gamba di legno. Chissà come se la passano il tenente Drogo, quel Montag o quel Jean Baptiste Grenouiolle?
Carol Gerber. Io, per esempio, vorrei conoscere Carol Gerber, ma anche Frannie Goldsmith o Beverly Marsh, se è per questo. Non sarebbe male se qualcuno dei miei personaggi potesse farmi avere notizie, che portasse loro un saluto.
Si scrive perché si ha invidia di quelli che si arricchiscono scrivendo. Certo, usano delle lingue diverse dalla nostra, che rimbalzano da un continente a quell'altro e che alla fine riescono a materializzarsi in immagini, fumetti e canzoni. 
Si scrive perché è impossibile farne a meno e perché, ogni volta che qualcuno comincia a leggere un tuo libro o attacca un tuo racconto, si riaccendono le luci su quei luoghi e su quei personaggi. Questi ultimi si svegliano, escono dall'animazione sospesa che li aveva costretti a dormire, si sgranchiscono e cominciano a ricomporre la storia che li riguarda.Ogni volta un po' diversi, si vestono dei panni che il lettore vede bene addosso a loro e cambiano un po' il volto, la statura ed il tono della voce, poi si girano intorno e non riconoscono più il posto, inondato da quel raggio di sole che quell'ultima volta non c'era o da quel venticello freddo che fa venire voglia di coprirsi. 
Ecco perché si scrive, perché il seme del mondo che hai sotterrato germoglierà ogni volta con una pianta leggermente diversa, ed il miracolo si compirà di nuovo.

martedì 21 marzo 2017

Non fate impazzire lo scrittore...






Son capaci tutti a scrivere un libro. 
La difficoltà sta nel trovare il tempo di farlo, di mantenerlo coerente, sensato e interessante (mica lo scrivi per te stesso, il libro). E poi occorre lasciarlo per così dire, decantare, sottoporlo alla prima rivisitazione, alla seconda, alla correzione di bozze e all'editing. 
Poi è necessario stamparne una copia a spese tue, impaginarla correttamente e rilegarla, in modo che i lettori beta possano accedere alla tua meraviglia senza trovarsi con dei fogli sparsi in giro per il salotto (lo standard minimo, direi, è quello della spirale con la copertina plastificata trasparente sul frontalino e quella semi rigida sulla quarta. Non voglio iniziare la polemica su quanto sia difficile trovare una spirale adatta all'uopo, perché, ovunque si vada, si passa dalla 0.5 direttamente alla 5.0, formato che viene venduto in sacchetti da minimo cinquanta pezzi e con  uno sconto dello 0%.) 
Poi, quando il lavoro è presentabile, parti alla ricerca di una casa editrice (perché auto pubblicarsi, se non sei una bella bionda che buca lo schermo, se non hai centinaia di amici disposti a scaricare il tuo ebook e a promozionarlo, santi in paradiso o una fortuna sfacciata, equivale quasi sempre a bruciare il tuo lavoro). 
Quindi si rimane ancorati all'antico; ancora troppo diffidenti i potenziali lettori ebook. 
C'è chi teme che il dispositivo sia energivoro, troppo costoso e che infine emetta radiazioni cariche di agenti mutageni. C'è anche chi si preoccupa per la sua vista e chi è semplicemente tirchio.




Io capisco le case editrici, anzi, provo per loro anche una certa empatia. 
Sono sommerse dalle proposte, poverine, e non credo che tutti gli aspiranti posseggano la perfetta impostazione stilistica di Checov, l'irrefrenabile logorrea di King o la penna irriverente di Bukowski. 
Se esistono degli editori senza alcuna pretesa sul formato trasmesso e sulle modalità di compilazione dei documenti di corredo (di solito biografia, sinossi e trama dettagliata) e sono per fortuna i più numerosi, si trovano anche quelli che hanno sviluppato degli anticorpi specifici contro l'eccessiva presenza di aspiranti scrittori, anticorpi che qualche volta  sono piuttosto singolari. Mi chiedo, per esempio, come possano esigere delle sinossi con un certo preciso numero di battute e una quantità di capitoli compresa in un intervallo ben determinato, ma che insieme non superi un numero preciso di caratteri. Qualche volta è capitato che chiedessero dei capitoli a scelta dell'autore e in numero ragionevole. Le parole "scelta" e "ragionevole" mettono paura, vero?
E poi ci sono quelli che vogliono le cartelle editoriali piuttosto che il testo formattato a vostro piacimento, il Word di nuovissima generazione, il pdf con una certa impostazione e il cartaceo. Se i primi, vi confesso, suscitano tutta la mia stima perché costringono lo scrittore a non dare mai nulla per scontato, quelli della carta  stampata, invece,  mi fanno venire l'orticaria.
A parte l'aspetto squisitamente ecologico  (perché mai dovrei consumare una risma di carta e invadere l'aria con delle polveri sottili che potevano tranquillamente giacere nel toner della mia stampante) ci si pone anche una domanda piuttosto ovvia: 

ma dove mai potranno stivare tutto quel volume di carta?

Disporranno di speciali magazzini destinati allo scopo con potenti sistemi per prevenire ed estinguere gli incendi?
Avranno dato in carico ad una ditta esterna tutti gli aspetti pertinenti la conservazione e gestione delle copie?
Un bastimento verrà ad imbarcarle all'interno di speciali enormi container?
Un addetto appartenente al comitato di valutazione verrà a ritirare prontamente il faldone non appena questo sia giunto all'indirizzo di destinazione?
Cestineranno il vostro plico dopo avere letto le prima quattro pagine?
Non saprei, ma vi inviterei a riflettere sull'ultima ipotesi...
E poi ci sono quelli che vogliono di più.
Quando dico "di più", intendo che vanno oltre alle richieste consuete degli elaborati stampati, altrimenti sarebbe troppo semplice. Il manoscritto (lo chiamano così anche se ricorda un po' quelle cose che ci insegnavano a scuola sui frati amanuensi), deve essere stampato su un solo lato del foglio, rilegato a caldo ed in duplice copia. La busta di spedizione deve essere integrata con un CD contenente la versione informatica dell'opera....ah, dimenticavo, con raccomandata e ricevuta di ritorno. Credo che nemmeno le ambasciate comunichino tra loro con protocolli tanto rigidi. 
In ogni caso hanno ragione.
Certi editori confidano nella traduzione e ripubblicazione di testi stranieri che hanno già avuto successo e, pertanto, la nuova proposta non rientra nei loro piani editoriali, solo che non osano dirlo. In un paese come il nostro, dove si legge pochissimo e il libri perlopiù si regalano, la prudenza non è mai troppa ed un occhio al bilancio non guasta mai.




E poi c'è la promozione, che ti fai praticamente da solo, a tue spese e pagando di tasca tua gli errori di comunicazione (del resto te l'avevano detto! C'era quel corso farlocco dove il professor Vattelapesca ti insegnava come vendere mille copie al giorno con un sorriso ma tu, stupido, non ci avevi creduto  e l'avevi lasciato  giacere nel cyberspazio). 
La promozione funziona nel modo seguente, forse un po' farraginoso, lo ammetto,  ma credetemi, le certezze sono scolpite nella dura pietra :


Usa i social  / non usare i social
Definisciti scrittore / non lo fare, a meno che  tu non sia in odore di Nobel e con una dozzina di bestseller già pubblicati
Posta quotidianamente qualcosa che ti riguarda  / non farlo perché potrebbe essere deleterio


Credi in te stesso e nel tuo lavoro  / non farlo, perché la superbia è la peggiore promozione possibile


Collabora con i blog, cerca recensioni, attira l'attenzione con qualche passaggio dei tuoi libri / non lo fare, perché in quel modo ti butteresti via....
fai le presentazioni al paese tuo / non le fare perché non saresti cosmopolita
fai le presentazioni in streaming, eurovisione e reti unificate / no, saresti arrogante



e via dicendo.


Quindi, attraversato l'oceano di incertezze, ambiguità e dubbi e in attesa che la RAI ti telefoni per invitarti a sedere al talk show della domenica sera o che Spielberg decida di fare del tuo libro un film, tieni botta con le persone che incontri in strada e accetti le loro legittime obiezioni e pregiudizi. 

Io ne ho annotate alcune:


1.  ma è farina del tuo sacco?
2.  cosa ti fumi?
3.  che strano, ma sei laureato in lettere?
4.  ma hai pagato tutto tu?
5.  non ti ci facevo...
6.  ma è una cosa per beneficenza? 
7.  io non ho mai letto un libro in vita mia. Non vedo proprio perché dovrei cominciare con          uno dei tuoi...
8 . è gratis?
9 . ah, ma si paga!
10. aspetto che lo finisca Tizio poi me lo faccio prestare.
11  se non vendi almeno centomila copie lascia perdere, perché hai già capito che non ci           stai   dentro...


Ecco, l'ultima, che trasuda di solida concretezza settentrionale, l'ho sentita dire un po' di tempo fa. Devo riconoscere che mi ha fatto sorridere più delle altre.


Comunque amici, portate rispetto per gli scrittori, non fateli impazzire. 
Anche se non vanno in televisione, arrivano dal Maine o scrivono per un prestigioso giornale a tiratura nazionale, sono spesso persone che andrebbero ascoltate e rispettate, se non altro per il mazzo che si fanno tutti i santi giorno del calendario.





giovedì 22 dicembre 2016

Le palle di Natale (il seguito e la conclusione di Due ore di ritardo e Gli amanti pericolosi)








LE PALLE DI NATALE
(il seguito e la conclusione di Due ore di ritardo e Gli amanti pericolosi)



1


Scappa scappa c’è il barbone
Brutto nero ed accattone
Se ne va e lascia la borsa
Scappa e prendi la rincorsa.

La moneta cadde, e andò a sbattere con un rumore sordo insieme a quelle altre.
Sotto la stoffa lercia di quello che rimaneva di un cappello da pescatore, il senzatetto si era premurato di metterci uno straccio piegato in due, per evitare che l’inconfondibile tintinnio dei soldi potesse solleticare l’orecchio di qualche malintenzionato.  
Seduto su di una serie di toppe sovrapposte fra loro, occupava solo un terzo di quel largo marciapiede e l’alone del suo cappotto lacero era ormai impresso sul ricordo di giallo Torino che avanzava su quel muro. La filastrocca cretina gli stava suonando in testa come un antifurto guasto, ma era simpatica dopotutto. Aveva provato a cantarla su base train blues di dodici misure e anche adattandola a un gipsy jazz e, in tutti due i casi, l’arrangiamento lo aveva divertito.  
Era antipatico non alzarsi di fronte a una signora, lo sapeva, ma sotto quella coppola di lana e dietro quella barba lurida c’era la faccia di un uomo che ormai non si vergognava più di nulla, e da un bel po’.
«Grazie, grazie di cuore, Sara!»
Lei prese dalla borsa il solito paio di pacchi e li porse al senzatetto.
Come ogni giorno, come da alcuni giorni a quella parte, l’uomo raccolse il primo dei due, lo mise nella sacca di juta accovacciata alla sua destra e aprì immediatamente l’altro. Un odore di formaggio fresco, misto a pane di giornata, lo fece intenerire. Ne addentò subito un boccone e sollevò lo sguardo in segno di gratitudine. Sara si chinò, sfiorando il marciapiede con il loden verde militare. Non c’era nessuno lì intorno, ma per prudenza sussurrò.
«Non ti abbuffare, però!» Ebbe in risposta solo un rumore di mandibole. «La prossima volta ti porto anche un po’ di vino, per buttare giù il boccone…»
Annuì, o almeno fu quello che le sembrò di interpretare nello sguardo.
Alle sue spalle la città si stava avventurando incontro all’ennesima lunga notte invernale, con le case in lontananza vestite con uno scialle di luci colorate e una discutibile bigiotteria di pendagli elettrici, sistemati ai balconi secondo l’estro del momento. I Babbo Natale, appesi alle finestre come fossero impiccati, sancivano la definitiva morte del buon gusto e dal traffico si levava una nube grigia e compatta, stesa come un sudario su quelle vite tutte uguali.
Il pezzo di strada fino al cancello lo percorse rasentando il muro.
Incrociò l’avvocato, un uomo tutto ossa e con le spigolosità del viso che sembrava volessero tagliare la pelle. Aveva addosso un disgustoso giaccone blu con pelliccia di cane, delle scarpe trovate in un pessimo negozio e una borsa in pelle marrone con angolari metallici di rinforzo. Una testimonianza di oro era rimasta sulla serratura a combinazione e sulle cerniere della maniglia. Si disse che lei avrebbe potuto fare meglio, solo buttando i resti di un sacco della raccolta differenziata addosso ad un palo in mezzo alla campagna. La voce uscì come da una radio rotta.
«Signorina Sara, buonasera.» Porse la mano ma ebbe in cambio un’occhiataccia. «Ho visto adesso il mio assistito e ci sono buone notizie…»
«Ma davvero! E quali?»
L’avvocato si mise alla ricerca della cartellina all’interno della borsa. Lo fece goffamente e una biro placcata argento cadde rimbalzando sull’asfalto. Cercò di individuare negli occhi di Sara il permesso di raccoglierla ma non lo colse. «Possiamo portare in appello la sentenza della corte d’assise. Mi spiego…»
«Cosa vuoi  portare in appello?»
«La sentenza della corte…»
«Tu vuoi  portare in appello la sentenza di tre ergastoli?»
Gli occhi si strinsero come se si aspettasse un ceffone. «Possiamo sempre chiedere l’infermità mentale…»
La mano fu talmente veloce che si infilò sotto la giacca e andò ad attorcigliare assieme i peli del petto, che crescevano generosi dietro la camicia. «Tu sei infermo di mente, piccolo inutile avvocato fallito! Ti dovrei appendere come palla all’albero del quartiere. Ti piace l’albero del quartiere?» Si girò in direzione della muraglia di palazzoni grigi che decretavano l’inizio della città. Le luminarie si erano accese da poco e spiccavano in altezza sulla colonna rossa dei fari in attesa al semaforo.
«Oh, un gran bell’albero!»
Si fece ancora più seria «Vattene!»
Fece un primo passo indietro.
«Ho detto vattene!»
Quando fu a distanza di sicurezza mise una mano avanti con il palmo spalancato. Era la ricerca di una trattativa che non poteva sicuramente decollare.
«Sei ancora qui?»
Non rispose. Si girò in direzione del parcheggio e attraversò la strada senza aspettare di raggiungere le strisce pedonali. Un’auto lo sfiorò assieme a una bestemmia.
Quando arrivò alla sua Range Rover azionò il telecomando per l’apertura automatica delle portiere.
La fioca luce che le frecce proiettarono in terra, sebbene solo  per un paio di secondi, fu sufficiente per fargli l’anteprima di una delle quattro gomme squarciate
  
2

La cosa peggiore del carcere era quel muro perimetrale che non finiva mai.
Per prudenza le auto dei visitatori dovevano essere parcheggiate lontane e, tutto il tratto di strada da percorrere prima di arrivare alla porta, lo si faceva zigzagando fra buche, feci di cane e lordure di orina che colavano dalle pareti. Il barbone, l’unico di tutta la zona e stranamente tollerato dalle guardie carcerarie, aveva ottenuto con la sua presenza di fare desistere i cani nell’alzar la gamba e gli umani nello sbottonarsi la patta. Era per quel motivo che Sara lo premiava, ad ogni passaggio e con pietanze di volta in volta diverse.
La sala colloqui del carcere era affine in qualche modo ad un ufficio postale degli anni 70’: barriera di vetro antiproiettile, parlatorio protetto da una fitta rete di ferro e tante sedie allineate lungo una fila che sembrava non finire mai. La luce forte alterava i tratti dei colloquianti, che spesso stentavano a riconoscersi da una parte e quell’altra del cristallo.
Quel giorno il locale era pieno più del solito, vuoi per la prossimità del Natale, vuoi per il freddo, che intristiva i detenuti al punto tale che sollecitavano più visite possibili. Diego si presentò pettinato di tutto punto e con la barba appena revisionata con mano ferma. La tuta arancione, osservò Sara, gli stava un po’ larga di spalle e cadeva con un’insopportabile grinza proprio all’altezza dell’ombelico. Quando Diego passò dinanzi alla guardia, questa le riservò un mezzo sorriso strappato al protocollo.
Si mise a sedere dall’altra parte della barricata, accomodandosi su uno sgabello tenuto malignamente basso. L’istinto di scambiarsi un saluto toccandosi le mani fu forte, ma il freddo del metallo non fece che aumentare  la frustrazione. A fianco, un ometto tutto nervi e senza un solo capello in testa, conferiva con la figlia di certi sviluppi della sua condanna per rapina. Gesticolava nervosamente e spostava più aria di un ventilatore. Dalla parte opposta, e per fortuna, una seggiola vuota. Diego si lasciò andare verso quella direzione.
«Come va amore?» Chiese lui, fingendo che la sua condizione di ergastolano non gli stesse pesando affatto.
«Oh una meraviglia, caro! Fra una settimana è Natale e non so bene con chi lo passerò. A pensarci bene fra due settimane sarà capodanno, e anche lì non saprò chi mi farà compagnia…»
«Mi dispiace amore…»
«Ma di cosa? Certo, se non ti facevi prendere era meglio, che dici?»
Diego si guardò le spalle. La guardia stava sbadigliando senza essersi messa la mano davanti alla bocca. Se avesse insistito ancora un po’,  pensò lui, gli sarebbero saltati i bottoni della camicia.
«C’è un odore schifosissimo da questa parte…»
Lei sembrò risentita. «Be’, anche dalla parte delle persone libere sembra che non sia la pulizia la prima preoccupazione anzi, la vedi quella signora?» Indicò una donna sotto un cespuglio di capelli indomabili. «Prima di entrare si è fumata una canna, l’ho vista io. Era talmente carica che quando è passata alla porta ha fatto scattare sull’attenti tutti i cani antidroga. Poveri, se avessero saputo che la signora doveva solo farsi uno shampoo, non si sarebbero dati tanta pena…»
Lui riconobbe il detenuto. Stranamente era dentro per spaccio.
«E comunque c’è un odore schifosissimo!»
Lei si avvicinò al vetro. «Ho capito, ma cosa c’entra?»
«Niente, non capisci. E’ un diversivo. Fino che stai a lamentarti è tutto regolare, le guardie non ti controllano. Qui dentro tutti si lamentano!»
«E allora lamentati del cibo!»
«ssst. No, quello no! Chi si lamenta del cibo viene messo in cattiva luce …»
«E da chi?» Sussurrò lei.
Si guardò intorno. «Il cuoco, pare che abbia più autorità del direttore…»
«Il cuoco?»
«Certo! Qui dentro è un mondo all’incontrario e comanda il cuoco!»
«E che succede se ti fai nemico il cacchio di cuoco?» Domandò lei, e nel farlo si disegnò un sorriso artificiale in faccia. Era sicuramente il primo di quel giorno, della settimana, del mese e probabilmente dell’ultimo anno.
«Non giochi più a pallone…»
Questa volta si lasciò scappare una risata sonora. «Ah, quindi il cuoco è il commissario tecnico del braccio B?»
Liquidò la questione facendo attenzione a non alzare la voce. «Più o meno sì, niente cuoco niente partita. Nemmeno in panchina puoi stare…»
«E tu sei nelle grazie del cuoco, amore?»
Si toccò il petto orgoglioso. «Titolare!»
«Wow! E in che ruolo?»
«Portiere.» Rispose lui, lasciando che la tristezza arrivasse intatta dall’altra parte del parlatorio.
Sara fece uno sforzo. Pur non essendo il calcio la prima delle sue passioni, e sapendo che non erano i classici ventidue uomini in mutande a rincorrersi in un prato la sua ragione di vita, si ricordava che il suo amante aveva giocato a pallone talvolta, di solito distruggendo con gli amici un bel prato di margherite in montagna, ma sempre ed esclusivamente nel ruolo di attaccante.
«Tu sei una pippa come portiere!»
«Lo so! Però è l’unico modo per stare a lungo nel cortile…l’ora d’aria, capisci di cosa parlo?»
«Ma la partita non dura novanta minuti?»
«No, qui un’ora. Mezz’ora per tempo…Inizia alle quattro del pomeriggio e finisce alle cinque. Tutti i giorni di tutti i mesi di tutti gli anni che passano in questa topaia.»
«E tutto questo perché l’ha deciso il cuoco…»
«No! Ma che c’entra il cuoco. Il ministero dell’interno l’ha deciso!»
«E scommetto che voi cambiate campo nell’intervallo?»
Si fece serio «Naturalmente, ecchecazzo!»
Dalla porta del parlatorio sbucò un detenuto. Sui cinquanta, giovanile, tonico e con una faccia decisamente da sberle. Era rilassato e sapeva portare la tuta del carcere con una certa disinvoltura. Entrando salutò Diego con un sorriso, senza levare le mani di tasca. La moglie l’attendeva dall’altra parte, paziente e con un paio di libri da leggere tenuti in grembo.
«Ti sei fatto il fidanzato, Diego?» Domando lei trattenendo a fatica una risata.
«Ma va, è simpaticissimo! Gioca sempre a calcio contro di me e mi fa spesso gol…ha una castagna terribile di destro, e anche di mancino non se la cava male!»
«E la cosa ti fa piacere?»
Lui avvicinò la bocca al vetro, come se non volesse farsi sentire da nessuno. Lei, che vide la guardia scaccolarsi, non temette un richiamo. «Non c’è la rete come nel calcio vero. La porta  è disegnata sul muro e, se la palla passa, spesso ti rimbalza direttamente nelle chiappe…»
«Capisco, e per quale motivo è in gabbia costui?»
«E’ un NO TAV…»
«Urca, e cosa avrebbe mai fatto?»
Mise la mano di fianco alla bocca. «Teneva una pagina di satira con degli amici, una cosa che andava. Un giorno, pare, ha fatto una battutaccia sugli sbirri e tac, processato per direttissima…» La mano di lei si strinse in un pugno.
Dispiaciuta chiese altre notizie. «E come si chiama?» intanto che al suo fianco si stava accomodando la mamma di un camorrista con una borsa piena di santini da appendere in cella.
«Ziggy.»
«Che cavolo di nome è?»
«E’ uno pseudonimo…»
«L’avevo capito sai? Da dove arriva, voglio dire, chi avrebbe ispirato quel nomignolo da barboncino?»
«Arriva da un disco di David Bowie, Ziggy Stardust.»
Un cicalino elettronico interruppe la conversazione. Molte mani tentarono di toccarsi attraverso il grigliato, baci simulati passarono simbolicamente il vetro. I santini del camorrista vennero fatti abilmente passare sotto la paratia.
Sara se ne andò, con un po’ di puzza di galera addosso e nessun progetto per la cena.

3

Non vedeva Federico da quella volta in tribunale.
Era stato un giorno dai contorni onirici e drammatici, nello stesso tempo.
Diego, con la faccia che portava il marchio di tante botte, era alla sbarra degli imputati, accusato della strage sul treno in ritardo. Lei aveva assistito come spettatrice. 
Unico testimone, sopravvissuto a quel momento di libera ispirazione fra i vagoni del convoglio, era stato curato e rimesso a nuovo. Appena in grado di parlare aveva  collaborato nella stesura di un identikit piuttosto preciso e aveva confermato, in un confronto all’americana, che Diego (messo in mezzo a un paio di poliziotti, al barbiere dell’angolo e ad un bibliotecario di mezza età con i segni di un labbro leporino operato male) era stato l’unico e solo responsabile dei delitti sul treno.
Il processo era stato celebrato talmente in fretta che i giornalisti non avevano nemmeno avuto tempo di organizzarsi.
L’avvocato difensore, incompetente omuncolo assegnato d’ufficio, si era distinto per la sua incapacità e la micidiale somma di pigrizia e ignavia.  La rabbia dei parenti delle vittime, inoltre,  era stata tale e tanta che gli elementi a discolpa non erano stati nemmeno esaminati. I tre colpi di martello del giudice avevano sancito altrettanti ergastoli. Insomma, la serratura era stata chiusa e la chiave buttata via.
Federico usciva da un negozio di scarpe con un paio di ingombranti pacchi sotto le braccia e un alce in neon stilizzato dietro la vetrina che lo faceva sembrare il protagonista di un brutto film americano. Sbuffando vapore acqueo come una vecchia locomotiva, si  apprestava ad attraversare la strada, messo al sicuro da un giubbotto antinfortunistico con due grosse bande fosforescenti incrociate sulla schiena. Dall’altra parte lo aspettava la mamma, canuta, piccola e curva e con i piedi amorevolmente corti. Era l’esatto contrario del suo figliolo, che doveva avere girato tutta la città alla ricerca di qualcosa che abbinasse i suoi gusti con il suo numero quarantasei. La faccia provata dimostrava la tesi.
Sara lo seguì fino a casa sua, attese che la mamma si ritirasse all’interno e si confuse col buio. Il loden verde oliva si rivelò perfetto per la circostanza ed i tacchi dodici si erano adagiati sul selciato, discreti come i gommini di un gatto.
Con le scarpe nuove nei piedi, lucide come una limousine in affitto, lo vide aggirarsi attorno all’auto parcheggiata nel vialetto, alla ricerca di un difetto. Pensò che, in fondo, trovare delle magagne alla carrozzeria di un’utilitaria non esigeva una visita tanto accurata. Lo vide fermarsi all’altezza del portellone, come  se avesse fiutato la sua presenza.
Smise di respirare.
Federico l’aveva risparmiata, animato da un’incomprensibile e perversa forma d’amore. Aveva deciso di dimenticarsi di quella stilettata nel fegato e della sua passeggiata nei corridoi del treno, ridotto come un verme rimescolato dall’aratro. Se ne era dimenticato ancor prima che il pubblico ministero lo interrogasse. Nessuna stilettata, nessuna complice.
Lei era libera grazie a lui e sapeva che lo sarebbe stata sempre.
Solo che una promessa va mantenuta e quella, in particolare, l’aveva fatta con le mani di Diego nelle  sue: l’ultimo indimenticabile contatto prima che le serrature del penitenziario cominciassero a sferragliare.
«Me lo devi ammazzare quello!»
Promise in silenzio che l’avrebbe fatto.
La mamma di Federico stava preparando la cena.
Lo si capiva dai vetri della cucina che si erano rapidamente appannati e che adesso stavano cominciando a piangere.

4

Il parlatorio del carcere quel giorno odorava di soffritto di cipolle.
Sara non si chiese il perché di quel fenomeno. Si limitò ad attraversare l’atrio e a raggiungere Diego, già seduto sotto un ciuffo geometrico trattato a gel e dietro ad un sorriso intatto, per niente alterato dalle durezze della detenzione. Quattro posti oltre c’era Ziggy, il NO TAV calciatore. Restituiva alla moglie in visita i libri già letti in cambio di un tomo da mille pagine almeno. Si chiese come avrebbero fatto i vigilanti a controllare il contenuto del testo, se fosse imbottito di istruzioni in codice utili a evadere o a fare fuori il capo dei secondini mentre sorseggiava un caffè alla macchinetta.
«Amore.»
«Benvenuta. Sei radiosa oggi! Ho un mucchio di cose da chiederti.»
Lei si sistemò sullo sgabello accomodandosi la gonna. «Sentiamo…»
«Quanti giorni a Natale?»
«Tre...»
«E con chi lo passerai?»
«Ma con te, amore. Cosa ne dici di una spiaggia bianca ai confini del mondo? Sole, sale e una foresta in lontananza incendiata dalla luce? Aggiungerei anche delle onde alte e spumose, un promontorio di sabbia a perdita d’occhio nel mare e tanti, ma tanti piccoli ed incantevoli ristorantini a poco prezzo.»
«E’ un progetto meraviglioso» pensò lui per un attimo, concentrandosi su un punto oltre al vetro. «L’unica perplessità, la vera l’imitazione, quell’ostacolo difficile da superare, sai qual è?»
«La Digos, l’Interpol, l’FBI o la Signora in giallo?»
«Ma no! Il costume da bagno! Il mio è strappato, per esempio. Ti ricordi quella volta…»
Lei mise una mano sul vetro per censurare il seguito. «Mi ricordo, un po’ dopo che avevamo seppellito quel cadavere sulla spiaggia » puntò il dito alla maniera dello Zio Sam. «Me la ricordo eccome!»
Un velo di nostalgia avvolse il volto di lui come un passamontagna. Dopo un paio di minuti trascorsi nel silenzio riprese l’elenco delle domande che aveva in mente.
«Trump sta bene?»
«Un tesoro. L’ho messo a dieta sai? Adesso sembra un figurino, un felino da sfilata.  Pare che non abbia più tutte quelle smanie di conquista sull’albero di Natale.»
«E Federico, l’hai ammazzato?»
La guardia di servizio al parlatorio stava portando avanti un’ispezione alle unghie della sua mano sinistra, con l’altra appoggiata alla fondina. Alternava il peso su una gamba e su quell’altra con un certo ritmo regolare. Sara pensò quale musica disco anni '70 avrebbe potuto adattarsi a quei passi. Il NO TAV Ziggy, intanto,  sfogliava le prime pagine del libro e recitava l’incipit come fossero i versi di una poesia.
«Non mi hai risposto. L’hai ucciso?»
Lei chinò gli occhi scuri sul bancone e prese ad armeggiare con la borsetta, come una bambina disobbediente sorpresa a rubare i cioccolatini dalla scorta della zia. Nel tempo che passò i suoni dell’ambiente arrivarono esasperati dall’attesa.
«L’hai ucciso?»
Lei se ne andò senza rispondere ed un lampo le attraversò la memoria.
Le sembrò di rivivere quella coltellata, inflitta con una velocità tale che la lama non aveva nemmeno avuto il tempo di bagnarsi.

5

Questa volta il  barbone all’esterno la ricevette in piedi.
Dalla parte opposta del muro si stava svolgendo la partita a calcio, quella che si disputava con le formazioni dettate dell’umore del cuoco. A giudicare dalla potenza delle pallonate che si sentivano rimbalzare dall’altra parte, Ziggy doveva avere scatenato il suo destro e Diego, probabilmente, non riusciva a parare nemmeno un tiro.
Puzzava meno del  solito quella sera, aveva accorciato la barba e rivoltato la lurida coppola d’ordinanza. Lasciò in terra la sua borsa, appoggiata contro il muro. Sara si immaginò la porta  da calcio dalla parte opposta, dipinta con la vernice bianca sull’intonaco macchiato del cortile e il suo amore, piazzato a braccia aperte per difendere il risultato. A giudicare dalle grida e dalla polvere che si sollevava oltre ai cinque metri di altezza della recinzione,  la contesa in campo doveva essere molto sentita.
«Cosa mi ha portato questa sera, signora Sara?»
Frugò nella borsa.
Ne uscirono i soliti due pacchi, il primo da mangiare per placare i morsi della fame, l’altro da riporre nella borsa lercia alla base del muro. Questa volta una foglia di insalata faceva da letto per una fetta di mozzarella, accompagnata da un pomodoro di serra, rosso come il sangue. Lo addentò prima ancora di ricevere il vino che era stata promesso. Lei rimase ferma con la bottiglietta in mano, paziente e in attesa che il primo boccone fosse masticato. Senza badare all’etichetta il senzatetto le rivolse un sorriso pieno di briciole. La città dall’altra parte del grosso prato si stava rassegnando alla notte e l’albero natalizio del quartiere spiccava come un miraggio. Era ancora spento.
La partita a calcio si stava evolvendo in rissa. Voci agitate scavalcavano i punteruoli in metallo e davano l’idea che l’arbitro avesse preso una decisione sbagliata.  Il pallone, per protesta, venne scagliato in alto, e per un attimo fu intravisto a descrivere una parabola sullo sfondo delle finestre a sbarre.
«Allora, amico, io devo proprio andare.» Disse lei, adocchiando nervosamente l’orologio da polso. La lancetta dei secondi sembrava impazzita quel giorno, come se fosse rincorsa da qualcosa che voleva inghiottirsela. Nascose il quadrante sotto il polsino e si sistemò la borsetta a tracolla. «Tu cosa fai, vorrai mica  passare il Natale sotto questo muro?»
Gol! L’urlo liberatorio si levò alto dal cortile dell’ora d’aria.
I detenuti della squadra con la pettorina gialla rincorsero per il campo l’autore della rete, un uomo di trentacinque primavere con altrettanti anni di galera da scontare. Ziggy e i suoi, quelli con la casacca azzurra, non l’avevano presa per niente bene. La palla era già sistemata nel cerchio immaginario del centrocampo e, con le mani ai fianchi ed un po’ di ansia nel petto,  aspettavano che i festeggiamenti fossero terminati.
Il senzatetto si frugò nelle tasche. Ne uscirono una ventina di banconote da cento oltre ad un bellissimo orologio d’oro da uomo, marca Cartier «Sì, credo che passerò il Natale al caldo per quest’anno. Finisco i panino e me ne vado. Cosa dire Sara, buon Natale anche a lei, allora…»
Lei non rispose, guardò con nostalgia il muro sormontato da tutte quelle lame affilate e cominciò ad allontanarsi incontro alla città.
Era sempre così quando doveva lasciare Diego da solo, chiuso dentro a quel recinto immondo assieme a tutti quei pericolosi assassini. Ogni volta, allontanandosi, percepiva una corda immaginaria, messa in tensione dal suo corpo e legata al suo amore dall’estremità opposta. Tirava fino allo sfibramento, poi lentamente cedeva all’ineluttabile destino cui erano legati, spezzandosi.
Si fermò, spalle rivolte al muro e sensi all’erta. Sentiva  ancora i giocatori che si rincorrevano sul terreno, senza risparmiarsi reciproci insulti, spallate o calci nelle caviglie.
Chiuse gli occhi.
Immaginò Diego in porta, con i piedi ben piantati in terra e pronto a quello scatto imperioso per deviare un pallone indirizzato all’incrocio. Ora il suo amico Ziggy, avversario in quella circostanza per volere del cuoco despota, recuperava un pallone al limite dell’area e partiva in contropiede dopo avere messo a sedere il suo avversario diretto. Il secondo uomo venne saltato con un dribbling secco e mandato raccogliere le margherite nel campo per destinazione. Aveva ancora un difensore di fronte a lui, spaurito, indeciso e alla ricerca della collaborazione dei compagni che non c’era. Erano tutti indietro, tutti sorpresi da quella ripartenza repentina. Nella rappresentazione beffarda di un ralenty, vedevano Ziggy andarsene incontro alla porta senza che nessuno potesse opporsi. Solo Diego, che si spostava da un lato a quell’altro alla disperata ricerca di una soluzione difensiva.
Sara rimase con gli occhi chiusi e percepì il senzatetto passarle accanto.
Sembrava puzzare meno del solito e cantava quella canzoncina che lei le aveva insegnato tanto tempo prima:

Scappa scappa c’è il barbone
Brutto nero ed accattone
Se ne va e lascia la borsa
Scappa e prendi la rincorsa.

Questa volta era cantata scimmiottando la musica di un vecchio carillon, una cosa che aveva affinità con qualche film dell’orrore di altri tempi. Lei la ascoltò in pace con se stessa, godendosi la ripetizione delle note fino a sentirle scomparire, confuse nel ronzio del traffico.
Quando aprì gli occhi, il barbone non c'era più.
Si girò verso il muro.
La borsa, logora e lercia più del solito, era appoggiata  alla base.
Dalla parte opposta della barriera, intanto, si stava compiendo il destino della partita.
Ziggy era ormai a tu per tu con Diego, troppo lontano per essere intercettato, abbastanza vicino da potere disporre a proprio piacimento di quella porta spalancata.
Il tiro partì come un missile, potente, preciso e distruttivo.
Quando colpì la parete alle spalle del portiere questa si disintegrò con un boato, crollando.
L’esplosivo, sistemato nella sacca del senzatetto, aveva fatto il suo lavoro.
I detenuti rimasero paralizzati dallo spavento, come se quel gol fosse costato loro la fine di una carriera sportiva, l’agognata coppa del mondo o altri cinquant’anni da trascorrere sotto un cielo a scacchi. Il cuoco, incredulo dalla dimostrazione di tanta potenza, si lasciò crollare sulla panchina con le mani fra i capelli. Era disperato, perché quel giorno aveva puntato sui gialli la metà della sua tredicesima.
Il miracolo si era compiuto. Alle finestre mille mani impugnavano le sbarre, nei corridoi si erano tutti fermati nella contemplazione di un religioso silenzio, nel refettorio l’aiuto cuoco attraversava la sala impugnando il foglio della scommessa con il suo capo. Uscì lasciando basiti i suoi colleghi e sfondando praticamente la porta con una spallata.
I secondini, confusi dal fumo e da quel boato che ancora rimbombava nelle orecchie, si organizzarono in una disordinata risposta, accerchiando i giocatori in campo rimasti a contemplare il buco nel muro come statue di sale.
Inebetiti ridevano ed in quello stato furono riaccompagnati in cella.
Quando la polvere si depositò, quando la confusione fu domata e tutti i detenuti furono accompagnati alle rispettive celle, sia Diego che Ziggy mancavano all’appello.

6

«Quindi l’hai ucciso Federico?»
Sara, a braccetto con Diego, stava contemplando l’albero di Natale del quartiere. Era sicuramente il più alto in città, in provincia e probabilmente in tutta la regione. Alternava palle decorate con luminarie: campanelle, stelle e forme geometriche, che variavano dal cubo al prisma, dal cono al parallelepipedo, sempre alternandosi in uno spettacolo di colori accesi e variabilmente pulsanti.
Si disse che era meraviglioso, si disse che era facile non esistere più, semplicemente indossando delle parrucche e radendosi la barba a favore di un paio di baffi posticci del tipo “nostalgia dell’ottocento”.
La spiaggia bianca ai confini del mondo, il sole, il sale, la foresta in lontananza incendiata dalla luce, le onde alte e spumose, il promontorio di sabbia a perdita d’occhio nel mare e tanti, ma tanti piccoli ed incantevoli ristorantini a poco prezzo, erano lì, in quel paio di biglietti d’aereo sistemati nella tasca del cappotto.
Era tutto così semplice, sarebbe solo bastato esibire il passaporto falso all’aeroporto.
Diego era abituato a non sentirsi rispondere. Non se la prese nemmeno per quella volta.
Obbedì allo strattone e la seguì, incontro al taxi che aveva appena parcheggiato a bordo strada.
L’autista scese e si mise in quattro per sistemare i bagagli nel baule ed il portantino sul sedile. All’interno Trump, contratto in una palla di peli ronfante.
Sara riservò un’ultima occhiata all’albero di natale più spettacolare di tutta la regione e pensò che era un peccato averlo rovinato.

Quell’ inutile avvocato, impiccato per i piedi ad uno dei rami più alti, avrebbe presto rovinato la festa a bambini e genitori, e non aveva nemmeno più il suo prestigioso orologio Cartier al polso.


Roberto Capocristi
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